Trazione auto: le differenze fra anteriore, posteriore e integrale

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Fra le scelte tecniche e di meccanica più importanti da fare quando si acquista una vettura c’è di certo quella riguardante il tipo di trazione. Con questo termine si indica infatti il tipo di trasmissione della forza motrice di un veicolo che dal motore viene inviata alle ruote. In base agli utilizzi e al tipo di tracciato che si immagina di percorrere più spesso, si può optare per diversi tipi di trazione.

La soluzione più comune, adottata sulla maggioranza delle vetture in commercio, è la trazione anteriore, mentre la trazione posteriore è tipica delle vetture sportive. La trazione integrale, infine, è invece dedicata a quei veicoli utilizzati prevalentemente su terreni accidentati. I powetrain elettrici, infine, offrono ai clienti del mercato attuale soluzioni innovative e aggiornate per una trazione integrale senza l’impiego di un albero di trasmissione.

Cos’è il controllo di trazione e perché è utile sulla neve 1

Trazione anteriore

Quando si parla di trazione anteriore si intende tutta quella tipologia di automobili che trasmettono la forza motrice direttamente alle ruote anteriori. Pioniera in questa tecnologia è stata la Citroen con la Traction Avant degli anni trenta.

Tra i vantaggi offerti dalla trazione anteriore si riscontra in primo piano un minor peso rispetto ad una vettura dotata di trazione posteriore o trazione integrale. La minor incidenza sulla bilancia è dovuta all’assenza dell’albero di trasmissione fondamentale per trasmettere il moto dal propulsore alle ruote posteriori.

Altro vantaggio, poi, è dato dalla maggiore facilità di ripresa del controllo del veicolo in situazioni non estreme. Le auto a trazione anteriore, infatti, sono maggiormente sottosterzanti e consentono anche ai guidatori meno esperti di riuscire a controllare con più facilità la vettura.

Tra gli svantaggi propri della auto a trazione anteriore, invece, si segnala un diametro di sterzata maggiore rispetto a quelle dotate di trazione posteriore. Questo è dovuto alla presenza dei bracci di trasmissione sulle ruote motrici che limitano la direzionalità delle stesse in senso trasversale.

Infine, altro svantaggio della trazione anteriore è il maggior consumo degli pneumatici anteriori e, in presenza di vetture particolarmente potenti, la perdita di trazione in fase di accelerazione. In questo caso, a seguito del trasferimento di carico sull’asse posteriore, diminuisce l’aderenza su quello anteriore.

Trazione posteriore

Quando si parla di trazione posteriore ci si riferisce a tutte quelle vetture dove – a prescindere dalla posizione del motore – la ripartizione della potenza viene inviata esclusivamente all’asse del retrotreno.

La trazione posteriore è una soluzione tecnica adottata soprattutto sulle vetture sportive perché garantisce più aderenza, specialmente in salita o in accelerazione, aumentando il carico sulle ruote posteriori. I guidatori maggiormente esperti apprezzano la trazione posteriore perché consente loro un migliore controllo della vettura.

Tra gli svantaggi della trazione posteriore si segnala la maggiore deriva del retrotreno, o al limite una perdita di aderenza, che porta al sovrasterzo in presenza di asfalto con poco grip o in caso di forti accelerazioni laterali. I guidatori più smaliziati potranno reagire a questi imprevisti utilizzando l’arte del controsterzo per far controllare la deriva della vettura. Altro svantaggio di un’auto dotato di trazione posteriore – speculare al vantaggio considerato per quella anteriore – è dato dal maggior peso dovuto alla presenza dell’albero di trasmissione.

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Trazione integrale

I veicoli dotati di trazione integrale sono tutte quelle vetture nelle quali la ripartizione della coppia motrice viene inviata a tutte e quattro le ruote. Solitamente questa scelta tecnica è riservata ai fuoristrada o ai SUV, vetture che puntano infatti  sulla maggiore adattabilità a tracciati con terreni sconnessi o con scarsa aderenza. La trazione integrale permette di guidare con maggiore facilità anche in presenza di ghiaccio, fango e sabbia, quando cioè le auto normali non avrebbero presa.

Le auto a trazione integrale si dividono poi in diverse categorie: ci sono quelle a trazione integrale permanente, quelle a trazione integrale inseribile manualmente e quelle a trazione integrale ad innesto automatico nelle quali è la centralina a decidere quando e quanta coppia mandare al secondo assale.

Le marce ridotte

 Particolarmente utilizzate sui fuoristrada a trazione integrale “classica”, le marce più corte servono ad aumentare la coppia che arriva alle ruote, soprattutto in situazioni estreme. Questa tipologia di marcia è assente su SUV e crossover contemporanei perché è difficile che tornino utili in condizioni di utilizzo abituale e quotidiano.

Fa tutto l’elettronica

Lo sviluppo della tecnologia nelle centraline elettroniche e dei differenziali a controllo elettronico ha permesso alle auto a trazione integrale di funzionare come delle normali trazioni anteriori (o posteriori) nella stragrande maggioranza dei casi, trasferendo, attraverso l’intervento di una frizione, la coppia alle ruote dell’asse normalmente non utilizzato. Questo permette di consumare meno in tutte quelle condizioni nelle quali la trazione sulle quattro ruote non è necessaria, e di massimizzarne i vantaggi quando invece questa è richiesta.

I vantaggi e gli svantaggi della trazione integrale

 

Fra i pro troviamo sicuramente una maggiore sicurezza, data da una più marcata tenuta di strada. Secondariamente, l’utilizzo della trazione integrale permette una maggiore versatilità anche in condizioni meteo difficili. Inoltre, potendo trasferire la coppia motrice all’asse che in ripartenza sostiene la maggior parte della massa dell’auto, si massimizzano le prestazioni in accelerazione.

D’altro canto, ci sono dei contro. Innanzitutto, la trazione integrale comporta un maggior peso dell’auto e quindi maggiori consumi. Il lavoro meccanico necessario ha poi un costo, che si riflette sul listino. Ma anche la manutenzione può pesare, visto che il tagliando per questo tipo di vetture è più costoso e che il numero di parti esposte ad usura col tempo aumenta.

In generale, conviene evitare un’auto a trazione integrale se si utilizza l’auto quotidianamente e principalmente in autostrada. Se invece si predilige una guida sportiva, con performance quasi da pista, o se si vuole essere pronti a partire con qualunque condizione meteo, allora la trazione integrale sarà una scelta azzeccata. Se si pratica il fuoristrada o si lavora costantemente lontano dalle strade asfaltate, infine, l’auto 4×4 sarà una scelta praticamente obbligata.

Trazione integrale elettrica

Gestire la trazione con due o più propulsori, anche elettrici, permette una versatilità e una varietà di impiego notevole. Perciò diverse vetture puntano su diversi powertrain e sistemi di controllo della trazione integrale elettrica, decidendo come far “dialogare” i due motori in base a diverse esigenze e obiettivi. Illustriamo quindi di seguito brevemente il funzionamento di questi sistemi su una Jeep, su una Tesla e su una Nissan.

Per quanto riguarda il cosiddetto 4xe, ovvero il sistema di elettrificazione di Jeep, Compass e Renegade sono equipaggiate con un sistema ibrido composto da un 1.3 litri turbo benzina che funziona in coppia con un secondo motore elettrico posto sul retrotreno con differenziale integrato. I due motori si coordinano grazie all’elettronica di gestione. A seconda delle condizioni di guida, il motore distribuisce coppia ai due assi, automaticamente, risultando in una trazione integrale cosiddetta elettrica. Nel caso in cui la batteria si scarichi, sarà possibile continuare ad utilizzare la trazione integrale a patto di consumare più carburante, il quale servirà a far funzionare il motore termico come motogeneratore per quello elettrico.

Trazione anteriore, posteriore, doppia e integrale: scopriamo le differenze 3

Passando alla trazione integrale elettrica secondo Tesla, gli ingegneri del marchio USA hanno recentemente progettato un software di controllo del motore per scegliere in maniera dinamica quale motore impiegare in ogni dato momento. Per questo la trazione integrale di Tesla non è sempre attiva, si avvia o si disinnesca al variare delle condizioni, per esempio di pendenza. Quando la situazione ritorna alla normalità, la trazione torna ad essere anteriore, per risparmiare energia utile ad aumentare l’autonomia.

Trazione anteriore, posteriore, doppia e integrale: scopriamo le differenze 2

Ancora più innovativa è la trazione integrale di cui sarà dotata la prossima Nissan Ariya, la cosiddetta e-4ORCE, che punta non solo ad aumentare la sicurezza, ma anche la comodità di tutti i passeggeri. Uno dei problemi che si incontrano nel gestire le fasi di accelerazione e di decelerazione è sicuramente rappresentato dal beccheggio, l’oscillazione dell’auto verso l’anteriore o il posteriore. Il disagio provocato è ancora più accentuato quando ci si trova su veicoli a ruote alte con assetti morbidi e sbalzi accentuati. Per ovviare a questo problema, per il suo SUV 100% elettrico, Nissan ha elaborato un sistema di trazione integrale elettrica che gestisce automaticamente la ripartizione di coppia e frenata rigenerativa. In base a diversi parametri, l’invio di cavalli e coppia ad ogni motore viene regolato per rendere il più equilibrato possibile l’assetto e bilanciare i trasferimenti di carico.

Trazione anteriore, posteriore, doppia e integrale: scopriamo le differenze 1

Pressione pneumatici: ecco come controllare la pressione delle gomme

Pressione pneumatici: ecco come controllare la pressione delle gomme

Per assicurare lunga vita alla propria vettura e alle gomme, ogni automobilista accorto procede al controllo della pressione pneumatici. In tal modo ci si assicura anche di viaggiare sempre in sicurezza. Scopriamo in questa guida come monitorare correttamente la pressione gomme e le soluzioni innovative che risolvono i problemi di manutenzione.

Pressione gomme auto

Gli pneumatici sono l’unico punto di contatto tra la propria vettura e l’asfalto e per questo motivo il loro controllo periodico è di fondamentale importanza per garantire una guida in totale sicurezza. Quando la pressione delle gomme si trova ad un livello ottimale, si evitano spazi di frenata più lunghi, una minore aderenza in curva e il surriscaldamento delle gomme. Al contrario, una corretta pressione rende efficienti i consumi di carburante e le emissioni, riducendo la velocità di usura degli pneumatici.

Anticipiamo fin d’ora, però, che se osserviamo la pressione pneumatici scendere rapidamente è opportuno effettuare un controllo delle valvole. Queste dovrebbero essere sostituite ad ogni cambio gomme ed è necessario che la chiusura del tappo sia in buono stato per evitare che siano rovinate causa dallo sporco raccolto per strada.

Pressione pneumatici: ecco come controllare la pressione delle gomme 3

Pressione insufficiente o eccessiva: i rischi

Viaggiare con la pressione pneumatici inferiore a quella corretta aumenta infatti sia gli spazi di frenata in caso di guida su fondo bagnato che le probabilità di incorrere in acquaplaning. In ogni caso, anche in condizioni metereologiche più favorevoli, la pressione insufficiente rende più pesante la manovrabilità dello sterzo in manovra.

Se ci si dimentica di controllare la pressione pneumatici, e si viaggia con un valore inferiore a quello consigliato, si rischia inoltre il maggior surriscaldamento delle gomme. A lungo andare, questo fenomeno causa la deformazione delle stese ed aumenta, di conseguenza, il rischio di esplosione. La maggior resistenza al rotolamento degli pneumatici che risulta da una pressione insufficiente nelle gomme contribuisce poi a far lievitare il consumo di carburante.

Non è solo una pressione pneumatici bassa ad aumentare i rischi, ma anche un valore troppo alto può avere conseguenze negative per la propria vettura. In questo case si diminuisce l’aderenza delle gomme con l’asfalto agevolando così l’usura anticipata delle componenti dell’auto ed accelerando il consumo del battistrada.

La giusta pressione per gli pneumatici

Per capire quale sia la pressione pneumatici corretta è fondamentale consultare la documentazione del veicolo fornita dal costruttore.

La pressione pneumatici è indicata tramite l’unità di misura dei bar e, solitamente, per le gomme estive il valore oscilla tra i 2.0 ed i 3.0 bar. Per verificare la pressione gomme auto si utilizza uno strumento, denominato manometro, che viene collegato alla valvola degli pneumatici e consente di aumentare o ridurre la pressione in base al valore indicato.

Il controllo della pressione gomme auto deve essere effettuato ogni quattro settimane ed a gomme fredde. Misurare il valore della pressione pneumatici a gomme ancora calde dopo aver utilizzato a lungo il proprio veicolo non è consigliato perché l’aumento della temperature degli pneumatici può falsare il reale valore della pressione.

Cos'è il sensore pressione pneumatici e come funziona?

 

Sistemi automatici di controllo della pressione gomme

Le vetture di nuova concezione sono adesso dotate obbligatoriamente di un sistema di controllo della pressione pneumatici, denominato TPMS (“Tyre Pressure Monitoring System”), che avvisa immediatamente qualora la pressione gomme auto non sia quella standard.

Questi sensori sono obbligatori dal 1 novembre 2014, in seguito all’applicazione del regolamento europeo 661/2009. Vengono montati sugli pneumatici estivi e invernali, nonché sui 4 Stagioni. Rilevano quindi in maniera costante e accurata il livello di gonfiaggio di ogni pneumatico. Bisogna ricordare, però, che le batterie integrate in questo tipo di sensori elettrici hanno, in media, una durata di circa 6-7 anni.

Pneumatici ad azoto

Altra particolarità relativa alla pressione pneumatici riguarda il gas tramite il quale gonfiare le gomme della propria auto. Se, infatti, la maggior parte degli automobilisti è solito compiere questa operazione immettendo aria all’interno della gomma, è tuttavia possibile riempire gli pneumatici con l’azoto.

L’azoto, essendo privo di umidità, evapora molto più lentamente dell’aria e comporta, quindi, una minor frequenza nel controllo della pressione gomme auto, una maggiore sicurezza in strada ed una riduzione dei consumi.

Anche nel caso di utilizzo di azoto è comunque opportuno procedere al controllo della pressione pneumatici ogni quattro settimane giusto per verificare che le gomme non abbiano riportato danneggiamenti nell’utilizzo quotidiano.

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Riparare uno pneumatico danneggiato

Quali possibilità abbiamo nel caso di foratura di uno o più dei nostri pneumatici? Esistono sul mercato spray sigillanti per gomme, in grado di arrestare la fuoriuscita di aria con facilità. In questo caso, però, la soluzione può funzionare solo con danni minimi. Se invece la situazione è più grave si dovrà sostituire la gomma forata con una ruota (o ruotino) di scorta.

In generale, è possibile pensare di riparare una gomma danneggiata se il conducente non ha continuato a viaggiare con la gomma a terra, se il buco non supera i 6 millimetri di diametro e infine se il danno riguarda esclusivamente zona del battistrada; mentre perforazioni e rotture sui fianchi sono irreversibili.

Se si vuole procedere alla riparazione, quando possibile, sempre sotto la guida di uno specialista, la cosa più importante e smontare la gomma, per poter controllare l’integrità e la possibilità di riuso. Se è riutilizzabile, si può applicare un pezzo di riparazione in gomma, ma meglio dall’interno, perché la soluzione sia più duratura.

Ad ogni modo, il futuro degli pneumatici vede le case produttrici sempre più impegnate ad elaborare soluzioni aggiornate e innovative come le gomme a tecnologia di sigillatura integrata, già disponibili sul mercato, oppure gli pneumatici run-flat o senza camera d’aria.

Pneumatici run-flat

Con il termine pneumatici runflat o “run flat”, ovvero autoportanti, ci riferiamo a una serie di gomme che hanno preso diversi nomi e sigle nel tempo: pneumatici ZP (Zero Pressure), EMT (Extended Mobility Tyre), SST (Self-Supporting), ROF (Run On Flat), BSR, etc. Si tratta di una tecnologia già rodata per l’utilizzo sui veicoli sportivi e di fascia premium per evitare incidenti causati da una foratura improvvisa.

Le gomme runflat traggono i loro vantaggi d’uso dai fianchi rinforzati che contribuiscono a sostenere la massadella vettura e consentono la marcia anche in seguito ad una perdita di pressione. La stabilità offerta è di solito sufficiente per raggiungere l’autofficina più vicina senza il tempo e i costi che comporta un carro attrezzi. Sostanzialmente, l’impiego di run-flat ci permette di dire addio ai cambi ruota sul ciglio della strada. La ruota di scorta non sarà più necessaria, e anche la massa della vettura ne beneficerà.

In caso di foratura di uno pneumatico run-flat, la marcia può continuare per circa 80 km a una velocità massima di 80 km/h. I valori, però, possono cambiare al variare del tipo di vettura e di gomme, della temperatura esterna e della strada.

Pneumatici senza camera d’aria

Oltre agli pneumatici run-flat, il futuro delle gomme vedrà presto entrare in gioco anche una nuova tecnologia, progettata per sbarazzarsi della camera d’aria e dei problemi connessi alla possibile foratura. Secondo alcune indiscrezioni, in meno di un decennio troveremo pneumatici senz’aria di serie su alcuni veicoli, uno fra tutti in Europa la MINI Cooper SE.

I vantaggi apportati da questa soluzione non consistono soltanto nell’impossibilità di una foratura, ma anche nella diminuzione degli incidenti correlati e dello spreco di circa 200 milioni di pneumatici che diventano rifiuti ogni anno a causa di usura precoce.

La prima gomma resistente ad ogni foratura sarà la Michelin Uptis, presentata nel 2019 e pronta a ad essere montata sull’americana Chevrolet Bolt. Per progettare questo pneumatico, Michelin ha portato circa 50 brevetti in più di un decennio di prove tra laboratorio e strade di tutto il mondo.

La gomma in questione è priva di camera d’aria e utilizza invece una lamelle in fibra di vetro flessibile irrobustite in grado di reggere l’intera massa della ruota. Lo svantaggio è invece rappresentato dalla irremovibilità del cerchio in lega e dalla maggiore deformabilità rispetto ai modelli attualmente sul mercato. Quest’ultimo contro è infatti l’altro lato della medaglia della maggiore resistenza agli urti e ai percorsi accidentati.

Presto, però. Michelin sarà raggiunta dai concorrenti nella produzione di pneumatici senz’aria. Al lavoro ci sono infatti anche Goodyear, che lo sta testando sui robot di consegna della Starship, e Hankook.

Start and stop: scopriamo vantaggi e funzionamento

Start and stop: scopriamo vantaggi e funzionamento

Ormai da diversi anni il mondo dell’automotive cerca di limitare le emissioni inquinanti delle autovetture in modo da rispettare parametri normativi sempre più stringenti. La transizione verso una mobilità più sostenibile sta avvenendo a più livelli: se da una parte si lavora a nuovi motori elettrificati, dall’altra sono stati adottati vari dispositivi, come lo start and stop, dedicati proprio a questo specifico scopo.

INDICE
 Start&Stop: come funziona
Start&Stop: disattivazione
 Start&Stop: quali batterie
 Start&Stop: le applicazioni sulle ibride
 Start&Stop: vantaggi e svantaggi

Lo start and stop è un sistema che spegne automaticamente il motore della vettura in caso di sosta così da ridurre i consumi di carburante e le emissioni di Co2. Nel momento in cui l’automobilista arresta la marcia del proprio veicolo e mette in folle, il sistema entra in azione, spegnendo il motore dell’auto. Nel caso si possegga un’auto con cambio automatico, il sistema invece entra in funzione autonomamente, in alcuni casi già in fase di rallentamento.

Quando il conducente aziona nuovamente il pedale della frizione, oppure solleva il piede dal freno in caso di cambio automatico, viene mandato un segnale al motorino d’avviamento che rimette immediatamente in funzione il propulsore. Se una volta questo passaggio avveniva con un certo ritardo, con i nuovi sistemi di start&stop il tempo necessario per la ripartenza è appena percepibile.

Sulla maggior parte dei veicoli c’è la possibilità di disattivare il sistema start&stop, per cui normalmente è presente un apposito pulsante sulla plancia. In ogni caso, questo si disinserisce automaticamente quando:

  • lo stato di carica della batteria della vettura non risulta ottimale tale da garantirne il funzionamento;
  • la temperatura di esercizio del motore non risulta ottimale;
  • vi sia una differenza climatica importante tra l’interno dell’abitacolo e l’esterno a causa dell’azione del condizionatore.

Alcuni automobilisti però si chiedono se sia possibile disattivare il dispositivo in modo permanente, oppure come farlo su quelle auto che non dispongono dell’apposito pulsante. Nei vari forum presenti sul web sono presenti numerose discussioni di proprietari che si confrontano per capire come effettuare la disattivazione permanente dello start&stop.

Per alcuni modelli è sufficiente aprire il cofano e ponticellare il pulsante dedicato al sistema che viene premuto a cofano chiuso. Un’altra soluzione per effettuare la disattivazione permanente è quella di intervenire sulla centralina della vettura. Tuttavia, bisogna sempre ricordarsi che c’è il rischio sia di danneggiare le componenti elettroniche, sia di rendere nulla la garanzia.

Affinché lo start&stop possa funzionare correttamente non è possibile utilizzare una batteria standard, ma è necessario dotare la vettura di accumulatori più potenti, in grado di resistere ai numerosi cicli di accensione e spegnimento richiesti dal sistema.

Se, infatti, per le vetture prive di questo sistema è sufficiente utilizzare una batteria progettata per un ciclo medio di 30.000 accensioni, per quelle dotate di start&stop questa cifra si moltiplica fino a raggiungere le 300.000 accensioni. La batteria dei veicoli che montano questo dispositivo, quindi, è realizzata specificamente per resistere ad una maggiore usura e di conseguenza costa di più di quelle standard.

Come caricare la batteria auto? Ecco gli step da seguire

I sistemi di Start&Stop vengono applicati su tutti i tipi di veicolo, ma è nel caso delle vetture ibride che il dispositivo trova la sua piena applicazione. In queste vetture, infatti, nella maggior parte dei casi al posto del motorino di avviamento viene usato direttamente il propulsore elettrico per riattivare il motore endogeno, risparmiando sia in usura che in tempo di ripartenza.

Inoltre, specialmente i veicoli mild-hybrid tendono ad avere sistemi di start&stop piuttosto evoluti, che spengono il motore già in fase di decelerazione per permettere all’auto di veleggiare fino al completo arresto. In questo modo si tenta di limitare ulteriormente i consumi di veicoli che, altrimenti, difficilmente riuscirebbero a viaggiare anche solo per pochi secondi ad emissioni zero.

Il sistema start&stop consente una riduzione dei consumi di circa l’8-10%, soprattutto in quelle vetture condotte nel caos del traffico cittadino e spesso costrette a lunghe attese ai semafori. Questo implica quindi una significativa riduzione delle emissioni e anche del carburante utilizzato, nonché, in caso di alimentazione diesel, di AdBlue per il catalizzatore nello scarico.

Tuttavia questo dispositivo in alcuni casi può comportare alcuni svantaggi. Come abbiamo visto sono necessari componenti specifici per le vetture dotate di start&stop, come una batteria che possa resistere alle centinaia di migliaia di accensioni o come il motorino di avviamento, sottoposto ad un grande stress. Questo fa sì che le auto dotate di questo dispositivo abbiano dei costi di acquisto e manutenzione (nel caso si debba cambiare la batteria, per esempio) più elevati.

Cambio olio motore: a cosa serve, quando farlo e costi

Ogni quanto cambiare l'olio al motore della propria auto

Per garantire la piena efficienza della propria vettura e così estenderne al massimo la vita è fondamentale una regolare manutenzione. Tra le pratiche più importanti da rispettare per proteggere le componenti essenziali di un’auto troviamo la sostituzione dell’olio del motore, da effettuarsi periodicamente per evitare usura eccessiva e malfunzionamenti del “cuore” di ogni veicolo. In questa piccola guida trovate tutto ciò che c’è da sapere per procedere al cambio olio auto.  

INDICE
Olio auto: cos’è e a cosa serve
Cambio olio auto: ogni quanto farlo?
Spia olio macchina: cosa vuol dire quando è accesa?
Come cambiare l’olio motore
Quanto olio va nel motore?
Cambio olio motore diesel
Cambio olio motore benzina
Cambio olio: costo
Tipo olio motore
Filtro olio motore: quando cambiarlo

Quando parliamo di olio auto ci riferiamo al liquido necessario a lubrificare le componenti meccaniche del propulsore. L’olio del motore è composto essenzialmente da una base idrocarburica e da una serie di additivi, presenti in genere dal 10 al 30%, che possono essere di origine minerale, sintetica o semi-sintetica: la scelta di una miscela piuttosto che un’altra dipenderà sostanzialmente dall’età dell’auto e dal tipo di alimentazione. Quest’olio, quindi, protegge le superfici metalliche dalla corrosione, mantiene puliti i componenti con i quali entra in contatto per creare meno residui di combustione possibili e contribuisce a regolare la temperatura del propulsore. 

È buona prassi cambiare con una certa frequenza l’olio motore del proprio veicolo: in genere, si consiglia di effettuare un ricambio completo ogni 15.000 km percorsi. Tuttavia, come spesso accade, indicazioni più precise e specifiche per ogni tipo di vettura sono contenute nel libretto d’uso e manutenzione dell’auto. Inoltre, si consiglia di controllare regolarmente il livello di olio motore presente, così da evitare problemi al propulsore in caso di quantità insufficiente del lubrificante. 

Un’indicazione importante sulla quantità di olio motore della nostra auto ci viene data dalla spia dell’olio che troviamo nel cruscotto di tutte le auto. Come abbiamo accennato in precedenza, il controllo del livello dell’olio motore è fondamentale per evitare che le componenti meccaniche subiscano danneggiamenti.

Olio motore auto: quando cambiarlo? Ecco tutti i consigli da seguire

La spia rossa, dalla caratteristica forma di un’antica lampada ad olio, si accende quando la pressione dell’olio è insufficiente. A quel punto, è bene fermare il mezzo che si conduce il prima possibile e procedere al più presto al rabbocco (o all’eventuale sostituzione) dell’olio motore.

Il cambio olio motore è una operazione che può essere effettuata sia in autonomia sia rivolgendosi presso una officina di fiducia, ma spesso si sceglie per questa seconda opzione dato che il procedimento è abbastanza macchinoso. Per prima cosa è necessario aprire il cofano e rimuovere il tappo dell’olio. Poi, bisogna procedere al sollevamento della vettura sfruttando un ponte idraulico, uno strumento che non è così facile trovare in casa ad uso privato.

Compiuta anche questa operazione, si passa a svitare il bullone di drenaggio presente nella coppa dell’olio, per far colare il lubrificante residuo in un recipiente precedentemente posizionato al di sotto del mezzo. A questo punto è necessario sostituire il filtro olio motore, installandone un nuovo.

Una volta terminate tutte queste operazioni si può avvitare nuovamente il bullone di drenaggio e versare l’olio motore nuovo nell’apposita sede. L’olio vecchio raccolto nel recipiente, invece, deve essere necessariamente portato presso un centro di raccolta di oli esausti, dato che lo smaltimento in autonomia è severamente vietato.  

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Controllare che la quantità di olio motore sia sufficiente sul proprio veicolo è un’operazione semplice e che si consiglia di eseguire con una certa frequenza. Per prima cosa è necessario indossare dei guanti protettivi per evitare residui difficili da lavare via. Poi, bisogna tirare fuori l’asta di livello dalla coppa dell’olio (riconoscibile dall’estremità ad anello che spunta dal blocco motore) e pulirla bene con un fazzoletto di carta.

Olio motore auto: quando cambiarlo? Ecco tutti i consigli da seguire 1

Dopodiché, l’asta deve essere rimessa al suo posto per qualche secondo e nuovamente tirata fuori. A quel punto si può esaminare il livello dell’olio: se raggiunge lo spazio tra le due tacchette di livello ve n’è una quantità sufficiente. Inoltre, per non incorrere una misurazione sbagliata, bisogna sempre ricordarsi di non girare sottosopra l’asta di livello, dato che l’olio colerebbe verso il basso risultando di più di quanto non sia.

In generale, se si possiede una vettura alimentata a diesel il cambio olio potrà essere effettuato ad intervalli chilometrici più ampi rispetto ad un analogo modello a benzina. Come sempre si consiglia di controllare le indicazioni fornite nel libretto di uso e manutenzione, ma in linea di massima possiamo affermare che il cambio dell’olio per i motori a gasolio possa essere effettuato ogni 25.000 – 30.000 km percorsi.

Al contrario, i veicoli a benzina necessitano di cambiare l’olio motore con maggiore frequenza: in generale, per queste vetture è buona prassi effettuare il cambio ogni 15.000 Km. Ovviamente tutto dipende anche dall’utilizzo che si fa della vettura. Nel caso in cui la si usi sporadicamente,  si consiglia di procedere al cambio olio motore ogni anno, anche se non sono stati raggiunti i 15.000 km, così da avere la certezza di godere di un lubrificante perfettamente fluido. 

La sostituzione dell’olio motore non ha, normalmente, un costo eccessivo, che però varia molto in base al tipo di olio scelto e a seconda che si decida di cambiarselo da soli o appoggiandosi a un’officina. In linea di massima, il nostro consiglio è di non risparmiare sulla qualità del lubrificante, dato che un olio di qualità scadente potrebbe influire notevolmente sull’efficienza e sull’usura del propulsore, causando danni ingenti e costosi da riparare. In commercio esistono varie tipologie di prodotti, con una fascia di prezzo che va da 10 a 30 euro. Se ci si rivolge ad un’officina, al prezzo dell’olio bisogna poi aggiungere anche quello della manodopera, per un totale complessivo che normalmente si aggira sui 100 euro. 

In commercio si trovano diverse tipologie di olio motore, con differenti gradi di viscosità riportati sulla confezione, che variano in base alla miscela usata. Dopo aver letto le specifiche indicate sul libretto di uso e manutenzione si dovrà acquistare la stessa tipologia di olio prevista dalla Casa produttrice. Per essere certi di non sbagliare si deve prestare attenzione al numero iniziale seguito della lettera W, che indica la viscosità a freddo dell’olio, e al numero finale, che invece indica la viscosità a caldo e quindi la massima temperatura d’esercizio per la quale si può utilizzare quel tipo di lubrificante. Inoltre, come già accennato, si consiglia di non risparmiare sulla qualità del lubrificante, data la sua importanza nel corretto funzionamento del propulsore.

Il filtro olio motore ha una funzione fondamentale perché, grazie alla sua particolare composizione, raccoglie le particelle di scarto generate durante la combustione. Il filtro olio motore ha quindi lo scopo di tenere pulito il lubrificante e la sua sostituzione è consigliata ogni volta che si cambia l’olio auto. Esistono vari tipi di filtri olio motore: magnetico, a centrifuga, a sedimentazione o ancora meccanico. Se l’auto ha almeno 10 anni il nostro consiglio è di cambiare il filtro ogni 10.000 km, ma in ogni caso è sempre bene far controllare all’officina di fiducia lo stato del filtro olio motore per decidere quando e se sostituirlo. 

Cose da sapere

A cosa serve l’olio motore?

L’olio motore è un elemento fondamentale per lubrificare le componenti meccaniche del propulsore ed è composto da una base idrocarburica e da una serie di additivi. L’olio motore protegge le superfici metalliche dalla corrosione, mantiene puliti i componenti con i quali entra in contatto per creare meno residui di combustione possibili e contribuisce a regolare la temperatura del propulsore.

Ogni quanto cambiare l’olio motore?

È buona prassi controllare regolarmente il livello di olio motore presente così da evitare problemi al propulsore in caso di presenza insufficiente del lubrificante. Per sapere ogni quanto cambiare l’olio motore sarà necessario controllare quanto riportato nel libretto di uso e manutenzione della vettura. In genere è opportuno procedere al cambio olio auto ogni 15.000 km, ma in caso di vetture diesel si possono aspettare anche 25-30.000 km.

Come si cambia l’olio motore?

Il cambio olio motore si può effettuare in autonomia o presso una officina di fiducia. Basta aprire il cofano e rimuovere il tappo dell’olio, quindi svitare il bullone di drenaggio presente nella coppa dell’olio e far colare il lubrificante residuo in un recipiente precedentemente posizionato. Successivamente sarà necessario sostituire il filtro olio motore ed installarne un nuovo. Compiute queste operazioni si potrà avvitare nuovamente il bullone di drenaggio e versare l’olio motore nuovo sull’apposita sede controllando con l’asticella la quantità introdotta. 

Quanto costa cambiare l’olio motore?

In commercio esistono varie tipologia di prodotti con una fascia di prezzo da 10 a 30 euro. Se ci si rivolgerà ad una officina di fiducia, oltre al prezzo dell’olio, si dovrà aggiungere anche quello della manodopera ed il totale complessivo potrebbe aggirarsi sui 100 euro. 

Ogni quanto si deve cambiare il filtro motore?

Il filtro olio motore ha quindi lo scopo di tenere pulito il lubrificante e la sua sostituzione è consigliata ad ogni cambio olio auto.  Se l’auto ha almeno 10 anni il nostro consiglio è di cambiare il filtro ogni 10.000 km, ma in ogni caso è sempre bene far controllare all’officina di fiducia lo stato del filtro olio motore per decidere quando e se sostituirlo. 

Liquido radiatore: cos’è, a cosa serve, quale usare e quando cambiarlo

liquido-refrigerante

Effettuare una regolare manutenzione della propria vettura è fondamentale per trovarsi sempre alla guida di un’auto in perfette condizioni. Una delle operazioni più importanti per evitare ingenti danni al motore, da effettuare a cadenza regolare, è il controllo del liquido refrigerante. In questa piccola guida trovate tutte le informazioni necessarie a svolgere quest’operazione nei tempi e nei modi previsti.

 INDICE
 Liquido refrigerante auto: cos’è e a cosa serve
 Liquido di raffreddamento motore: quando cambiarlo
 Liquido refrigerante rosso
 Liquido refrigerante blu
 Mischiare il liquido radiatore rosso e blu
 Mischiare acqua e liquido refrigerante?

Quando si parla di liquido del radiatore, o liquido di raffreddamento motore, si intende una miscela di acqua e glicole etilenico (un idrocarburo piuttosto semplice) che, quando scatta la valvola termostatica, viene immessa nel sistema di propulsione per regolarne la temperatura. Questa miscela serve quindi ad evitare sia il surriscaldamento sia, in caso di temperature particolarmente rigide, il raffreddamento eccessivo.

Il liquido refrigerante auto ha quindi la funzione di raffreddare gli ingranaggi per garantirne il corretto funzionamento. La sua particolare composizione, inoltre, evita la formazione di ruggine e per questa ragione sulle moderne vetture è sconsigliato il rabbocco con della semplice acqua.

Come accennato, per mantenere la propria vettura in perfetto stato è necessario anche controllare regolarmente il livello del liquido di raffreddamento, un’operazione che può essere svolta autonomamente. Basta aprire il cofano per verificare: il contenitore del liquido è trasparente e permette di vedere subito se la quantità è adatta, cioè se il liquido raggiunge la tacchetta di livello presente sul contenitore stesso.

In caso di livello basso del refrigerante è sufficiente procedere al rabbocco, rispettando l’indicazione della quantità massima, così da evitare eventuali danneggiamenti al propulsore in caso del raggiungimento di temperature di esercizio elevate.

I liquidi refrigeranti sono tutti colorati per aiutare ad individuare eventuali perdite e distinguere prodotti che non vanno mescolati tra loro. Il liquido radiatore rosso è composto esclusivamente da fluidi organici ed è ideale per motori ad alte prestazioni, sia a benzina che a gasolio. Questo perché, a differenza di altri tipi di liquidi refrigeranti, questo contiene solo additivi organici. Infatti, questo tipo di liquido radiatore è identificato con la sigla OAT, ovvero Organic Additive Technology, ossia tecnologia con additivi organici.

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Il liquido refrigerante blu, invece, non è più utilizzato sulle moderne vetture. Si tratta di un liquido sempre a base di glicole etilenico che utilizza come additivi delle sostanze anticorrosive inorganiche, come sali di fosfato, nitriti, silice e borato, tutti composti estremamente tossici ed inquinanti.

Questa tipologia di liquido refrigerante viene quindi utilizzata solo sulle auto di vecchia generazione che hanno bisogno di mantenere un determinato valore del PH per far fronte alla corrosione  causata dal glicole in decomposizione.

La differente colorazione dei liquidi refrigeranti ha anche la funzione di avvisare chi si accinge ad effettuare il rabbocco. È infatti sconsigliato mescolare liquidi di colori diversi, perché i diversi agenti fluidificanti e gli additivi anticorrosione potrebbero reagire producendo un composto gelatinoso, che andrebbe ad intasare il circuito dell’auto e costringerebbe a una totale pulitura dello stesso.

Non solo è possibile mischiare acqua e liquido refrigerante, ma anzi è un’operazione consigliata dalle Case. Sulla confezione del liquido vengono solitamente indicate le percentuali esatte di concentrazione, ma normalmente il liquido refrigerante deve essere diluito con acqua in una proporzione 50-50. La miscela così ottenuta può quindi essere usata per rabboccare il liquido radiatore nel caso il livello non fosse adatto.

In ogni caso, però, si sconsiglia fortemente il rabbocco con la sola acqua, dato che potrebbe alterare la miscela ottimale con il refrigerante. Infatti, se l’acqua è presente in concentrazioni troppo alte la miscela può ghiacciarsi, in caso di temperature rigide, o iniziare a bollire (il circuito di raffreddamento del motore funziona ad una temperatura di 90°-100°), creando bolle d’aria che invece di raffreddare il motore avranno l’effetto di surriscaldarlo.

Cose da sapere

Cos’è il liquido refrigerante?

Il liquido refrigerante è una miscela di acqua e glicole etilenico che viene immessa nel sistema quando scatta la valvola termostatica, ed evita così il surriscaldamento, o quando la temperatura ambientale è particolarmente rigida.

Come si controlla il livello di liquido refrigerante?

Il controllo del livello del liquido di raffreddamento è una operazione che può essere svolta autonomamente. Basta aprire il cofano motore e verificare che il liquido raggiunga l’apposita tacchetta di livello sul contenitore. In caso di livello del refrigerante basso sarà sufficiente procedere al rabbocco rispettando l’indicazione del massimo così da evitare eventuali danneggiamenti al propulsore in caso del raggiungimento di temperature di esercizio elevate.

Qual è la differenza tra liquido refrigerante rosso e blu?

Il liquido radiatore rosso è composto esclusivamente da fluidi organici ed è ideale per motori ad alte prestazioni, sia a benzina che a gasolio. A differenza dei liquidi blu/verde e giallo, questo contiene solo additivi organici ed è identificato con la sigla OAT, ovvero Organic Additive Technology, ossia tecnologia con additivi organici. Il liquido blu non è più utilizzato sulle moderne vetture. Si tratta di un liquido sempre a base di glicole etilenico che utilizza come additivi anticorrosivi inorganici come sali di fosfato, nitriti, silice e borato, estremamente tossici ed inquinanti.

Si possono mischiare liquido rosso e blu?

È sconsigliato mescolare liquidi di colori diversi perché gli agenti fluidificanti e anticorrosione potrebbero reagire producendo un composto gelatinoso che andrebbe ad intasare il circuito dell’auto ed obbligherebbe alla pulitura dello stesso.

Si può mischiare acqua e liquido refrigerante?

Mischiare acqua e liquido refrigerante è un’operazione consigliata dalle Case. Nelle indicazioni presenti sulla confezione del liquido vengono indicate le percentuali di rabbocco solitamente previste in 50% liquido e 50% acqua. È sconsigliabile effettuare il rabbocco con la sola acqua perché alterando la composizione della miscela si rischia che questa ghiacci, in caso di freddo intenso, o inizi a bollire, causando un ulteriore aumento della temperatura del propulsore.

Eliminare graffi auto: come fare e quali prodotti usare?

La carrozzeria della vettura può anche essere solida e resistente, ma resta delicata per quanto riguarda il rischio di graffi. Salvaguardare la verniciatura non è difficile, ma servono attenzioni particolari per non dover correre ai ripari quando è troppo tardi. In commercio, in ogni caso, esistono prodotti in grado di far sparire abrasioni e rigature varie senza spendere una fortuna. Scopriamo allora come eliminare i graffi auto.

INDICE
Graffi auto: come avvengono?
Lavare sempre l’auto prima di eliminare i graffi auto
Rimuovere graffi auto: è possibile?
Come valutare la profondità dei graffi auto
Pasta abrasiva: per quali tipi di graffi usarla
Polish graffi: quando usarlo e come funziona
Lucidatura auto fai da te
Funziona togliere graffi auto con dentifricio?
Togliere graffi auto profondi: come fare?

Spesso sono disattenzioni imputabili agli altri automobilisti ad arrecare i graffi sulla propria auto. Basta la semplice apertura di uno sportello in maniera inavvertita per ritrovarsi la carrozzeria graffiata e rovinata. Oppure, anche in maniera più banale, basta del semplice pietrisco raccolto mentre si è alla guida, o strisciare per sbaglio l’orologio contro la vettura. Sono tutti normali rischi quotidiani che possono causare graffi. Si può procedere con il fai da te per la rimozione, ma dipende dalla loro profondità.

La prima cosa da fare se si vogliono rimuovere i graffi auto è cominciare da un accurato lavaggio della vettura. Così facendo si evidenzieranno al massimo i graffi presenti e si potranno utilizzare i prodotti specifici senza il rischio di rovinare ulteriormente la carrozzeria.

Rimuovere i graffi dalla propria auto e riportarla alle condizioni iniziali non è impossibile, ma il successo delle soluzioni fai da te dipende soprattutto dalla profondità delle rigature e dalla loro estensione. Esistono prodotti dedicati che possono evitare di doversi avvalere di uno specialista, ma è bene sempre porre una serie di cure particolari prima di provare da soli a riparare i danni.

Dopo il lavaggio della vettura, basterà passare la mano sulla parte della carrozzeria graffiata per valutare la profondità dello stesso. Se questo sarà a livello superficiale si potrà procedere col fai da te con i prodotti dedicati. In caso contrario ci si dovrà rivolgere ad uno specialista con costi decisamente superiori.

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Solamente in caso di graffio poco profondo sarà possibile rimediare utilizzando la pasta abrasiva. Prima di applicare il prodotto sulla parte interessata, ricordatevi sempre di lavare la carrozzeria, così da rimuovere sporco e detriti. Stendendola con movimenti circolari, passate la pasta abrasiva sul punto interessato, fino a quando il graffio non sarà sparito. Infine, basterà un panno in microfibra per assicurarsi di aver rimosso gli ultimi residui. Il risultato sarà quello di una carrozzeria praticamente nuova.

Recentemente è possibile trovare in commercio al dettaglio anche il polish auto. Un prodotto che unisce le proprietà della pasta abrasiva e della cera lucidante. Per l’applicazione si dovranno seguire le regole già spiegata: pulire l’auto, applicare il polish graffi su un batuffolo di cotone e passare il prodotto sulla parte interessata con delicatezza e in maniera uniforme. Completata l’operazione, per ridonare brillantezza alla carrozzeria, è possibile utilizzare un apposito polish lucidante.

Anche nel caso si utilizzi la semplice pasta abrasiva per rimuovere i graffi, è sempre opportuno procedere alla lucidatura della carrozzeria. Così facendo si rimuoveranno gli eventuali aloni lasciati dal prodotto e il colore della superficie trattata sarà più uniforme.

Sfatiamo subito questa leggenda metropolitana. Non è consigliabile rimuovere i graffi utilizzando il dentifricio perché, qualora siano presenti cristalli grossolani di sale si rischierebbe di aggravare il danno sulla carrozzeria. Meglio spendere qualche euro in più ed acquistare prodotti per graffi auto specifici.

Se il graffio sulla vettura sarà profondo, e non si potrà procedere con la semplice pasta abrasiva, si dovrà mettere in conto tempistiche più lunghe ed abilità più particolari. La parte di carrozzeria danneggiata, infatti, deve essere carteggiata completamente, il graffio stuccato e poi carteggiato per rendere la riparazione invisibile. In ultimo, per finire il lavoro, è necessario applicare la stessa esatta tipologia di vernice già presente sugli altri pennelli. Ben si capisce come rivolgersi a uno specialista, di conseguenza, sia la scelta più sicura per evitare danni ulteriori e collaterali.

Cose da sapere

Quali possono essere le cause dei graffi auto?

Lamiere o i paraurti si possono danneggiare durante un parcheggio oppure si può trovare il proprio veicolo graffiato da una manovra errata di un altro guidatore. Altre cause dei graffi auto possono essere disattenzioni quali un contatto tra l’orologio e le lamiere, oppure un sassolino che impatta contro la carrozzeria durante la marcia.  Ultima causa sono gli atti vandalici.

Come si valuta la profondità del graffio auto?

Dopo aver pulito la carrozzeria ed eliminato ogni residuo di sporco si dovrà provvedere a passare la mano sulla parte dove insiste il graffio per valutarne la profondità. Se questo sarà a livello superficiale, sarà possibile effettuare la rimozione del graffio in autonomia con prodotti quali la pasta abrasiva, mentre se il danno avrà intaccato la carrozzeria in profondità sarà necessario rivolgersi ad uno specialista.

Come si usa la pasta abrasiva?

Prima di tutto bisogna pulire la superficie interessata dal danno e poi applicare la pasta abrasiva su un panno morbido, o anche su del cotone, e passare il prodotto con movimenti concentrici e delicati per qualche istante. Successivamente si dovrà rimuovere la pasta abrasiva con un panno pulito ed infine utilizzare una pezza umida per ripulire definitivamente la superficie interessata.

Come si usa il polish graffi?

Il polish graffi è un ibrido tra la classica pasta abrasiva e la cera lucidante: sarà fondamentale applicarlo su un batuffolo di cotone e passare il prodotto delicatamente sulla superficie interessate. Per completare il lavoro a regola d’arte è consigliabile utilizzare dopo questo trattamento un polish lucidante.

Si può usare il dentifricio per rimuovere i graffi?

Sfatiamo subito questa leggenda metropolitana. Non è consigliabile rimuovere i graffi utilizzando il dentifricio perché, qualora siano presenti cristalli grossolani di sale si rischierebbe di ampliare il danno sulla carrozzeria. Meglio spendere qualche euro in più ed acquistare prodotti specifici.

Durata pneumatici: ogni quanti km vanno cambiati?

Quanto durano gli pneumatici e quando è necessario sostituirli?

Elemento di contatto fra la strada e l’auto, le gomme sono al centro di una domanda ricorrente posta dagli automobilisti: quanto durano gli pneumatici e quando è necessario sostituirli?

Sino a non molto tempo fa, la maggior parte degli automobilisti era convinta che la durata delle gomme auto dipendesse direttamente dalla data di fabbricazione.

L’ingresso sul mercato europeo della marcatura DOT, infatti, ha spinto molti a credere che ci fosse una stretta correlazione fra la data di produzione del pneumatico e la sua usura. In realtà, tale marcatura è stata imposta per rendere rintracciabile il lotto di provenienza.

INDICE
Ogni quanto cambiare le gomme?
Quanti km durano le gomme invernali?
Quanti km durano le gomme 4 stagioni?
Quanti km durano le gomme estive?
Pneumatici induriti: dopo quanto tempo?
Come controllare l’usura degli pneumatici
ABS e usura pneumatici

L’usura degli pneumatici di un veicolo dipende da moltissimi fattori ed è per questo molto difficile stabilire a priori ogni quando cambiarli. Ad influenzare la durata delle gomme auto sono per lo più due fattori:

  • le condizioni di utilizzo, che comprendono le modalità di carico dell’auto, il mantenimento della corretta pressione delle gomme, la velocità media a cui si viaggia, il tipo di strade percorse, la frequenza di urti subiti e l’esposizione degli pneumatici a determinate condizioni climatiche;
  • lo stato dell’immagazzinamento, prima e dopo dell’acquisto.

Solitamente, i principali marchi specializzati nella produzione di pneumatici consigliano di effettuare un controllo una volta all’anno, una volta superati i cinque anni dall’acquisto. Inoltre, considerato il deterioramento a cui vanno incontro gli pneumatici con il semplice passare del tempo, è bene sostituire le gomme dopo 10 anni di utilizzo, indipendentemente dalla loro condizione specifica.

Ma ci sono anche indicazioni relative alla distanza percorsa: a seconda della qualità e dalle condizioni d’uso delle gomme queste devono essere sostituite dopo aver percorso tra i 20.000 e i 50.000 km. Questa misura è però piuttosto variabile, visto che dipende non solo dalla qualità delle strade percorse, ma anche dallo stile di guida del conducente. Per questo è bene controllare con una certa frequenza lo stato di usura degli pneumatici, assicurandosi che lo spessore della scultura del battistrada non scenda sotto gli 1,6 millimetri (limite legale in Italia).

La durata media degli pneumatici invernali è simile a quella degli altri tipi di gomme, ed è compresa tra i 5 e i 10 anni. In ogni caso, gli pneumatici invernali vanno sostituiti quando lo spessore del battistrada è inferiore a 1,6 mm o quando lo pneumatico presenta fori, tagli, deformazioni o, ancora, zone particolarmente usurate.

Si consiglia di prestare particolare attenzione alla conservazione degli pneumatici invernali perché può influenzarne notevolmente la durata, scegliendo per lo stoccaggio un luogo non troppo umido e la cui temperatura non vari notevolmente.

Oltre all’usura, poi, per sapere quando cambiare le gomme invernali è sempre bene avere a mente la data del 15 maggio, termine ultimo per effettuare la sostituzione con quelli estivi.

Gli pneumatici 4 stagioni si configurano come le gomme del compromesso, molto popolari fra i conducenti che non intendono cambiare gli pneumatici della proprio auto a seconda della stagione.

In molti, però si chiedono se convengano veramente e soprattutto quale sia la durata delle gomme 4 stagioni in km.  La risposta è semplice: tendenzialmente questi pneumatici hanno una durata inferiore di circa il 10-15% rispetto a quelli stagionali specifici. Infatti, le stesse caratteristiche che ne consentono l’uso sia col sole che con la neve le rendono più esposte all’usura specialmente nel periodo estivo.

Per le gomme estive vale lo stesso discorso fatto per quelle invernali. La durata media degli questi pneumatici è compresa tra i 5 e i 10 anni, a seconda dei fattori che ne influenzano l’usura.

Un primo indicatore dell’usura delle proprie gomme è l’indurimento progressivo delle stesse. Infatti, con il passare degli anni gli pneumatici tendono a “seccarsi”, diventando meno elastici e uniformi. Oltre che al tatto, l’indurimento delle gomme risulta evidente anche a prima vista: quando avviene si possono osservare crepe che percorrono l’intera superficie dello pneumatico. Normalmente, anche a causa dell’indurimento progressivo, è necessario sostituire gli pneumatici dopo circa 10 anni dall’acquisto.

Per controllare l’usura degli pneumatici la prima cosa da fare è osservare attentamente il battistrada, il quale costituisce la zona del pneumatico a diretto contatto con l’asfalto. Lo stato delle scanalature, le imperfezioni e le disomogeneità della gomma incidono sulla sicurezza complessiva dell’auto, e quindi del conducente e dei passeggeri a bordo.

Una normativa europea stabilisce, inoltre, quale deve essere lo spessore minimo della scultura del battistrada (ovvero la profondità delle scanalature) degli pneumatici prima: il cambio gomme auto deve avvenire quando la scultura del battistrada ha raggiunto una profondità di 1,6 mm.

Per controllare se gli pneumatici del proprio veicolo rientrano in questo limite si utilizza solitamente un tassello in gomma, spesso proprio 1,6 mm, posto sul fondo di una delle scanalature del battistrada: quando lo spessore della scanalatura raggiunge il livello dell’indicatore significa che il pneumatico deve essere sostituito.

L’indicatore di usura è facilmente individuabile osservando il fianco del battistrada: esso può essere reperito in linea con il codice TWI, un triangolo o il logo del marchio. Alcuni produttori hanno previsto sugli pneumatici anche indicatori intermedi, raggiunti i quali le gomme non garantiscono più le prestazioni ottimali.

Per controllare l’usura del pneumatico si può usare anche il calibro di profondità, uno strumento efficace e reperibile in tutti gli autoricambi, che misura con esattezza la profondità delle scanalature del battistrada in più punti.

Molte persone si chiedono se l’ABS, il sistema antibloccaggio delle ruote che consente di migliorare le frenate in condizioni di scarsa aderenza al manto stradale, funzioni anche in caso di ruote usurate. La risposta è sì: l’ABS infatti agendo su tutte e quattro le ruote e impedisce loro di bloccarsi anche in caso ruote vecchie. Chiaramente, però, degli pneumatici molto usurati possono in ogni caso compromettere le capacità dell’auto nel tenere la strada e nel frenare.

Se è giunta l’ora di effettuare il cambio gomme auto, potete trovare un’ottima selezione di gomme 4 stagioni, invernali ed estive su ebay.it.

Cose da sapere

Quanti chilometri durano gli pneumatici?

La durata chilometrica degli pneumatici è molto variabile. In linea di massima, chi utilizza l’auto soprattutto per lavoro, dovrebbe sostituire gli pneumatici una volta compiuto un tragitto compreso fra 20.000 e 50.000 km.

Dopo quanto tempo vanno cambiati gli pneumatici?

Non esiste un limite di tempo definito che stabilisca quando cambiare gli pneumatici, tuttavia è consigliato di procedere alla sostituzione dopo 10 anni di utilizzo degli stessi, anche quando essi non hanno raggiunto la soglia d’usura prevista dalla normativa.

Come si controlla lo stato di usure del pneumatico?

Per controllare l’usura si utilizza solitamente un tassello in gomma, spesso 1,6 mm, posto sul battistrada: quando quest’ultimo raggiunge il livello dell’indicatore significa che il pneumatico deve essere obbligatoriamente sostituito.

L’ABS agisce anche quando gli pneumatici sono usurati?

Sì, l’ABS agendo su tutte e quattro le ruote impedisce loro di bloccarsi anche su asfalto bagnato o ruote usurate.

Quando vanno cambiati gli pneumatici invernali?

La data da tenere a mente è quella del 15 maggio, termine ultimo per sostituire gli pneumatici invernali con quelli estivi.

Macchine ibride: cosa sono e come funzionano?

Toyota Yaris 2020: faro

Da rarità ad istituzione, le auto ibride si sono progressivamente ritagliate una fetta crescente di mercato. Fra le motivazioni di questa diffusione troviamo sicuramente gli incentivi governativi e la possibilità di poter circolare anche in caso di blocchi del traffico. Grazie alle più recenti soluzioni tecnologiche sul fronte dei powertrain, inoltre, le moderne auto ibride sono davvero in grado di rappresentare una valida alternativa ai modelli ad alimentazione tradizionale.

INDICE
 Macchina ibrida: cosa significa?
 Auto ibride: come funzionano?
 Tipi di auto ibride
 Mild Hybrid
 Macchina Full Hybrid
 Plug in Hybrid
 Auto ibrida: quanto consuma?
 Auto ibrida: come si ricarica?
 Macchine ibride: gli incentivi
 Top 5: le ibride più ricercate su automobile.it

Quando si parla di auto ibrida si parla di una vettura nella quale il motore endotermico è affiancato da un’unità elettrica collegata ad un pacco batterie, spesso agli ioni di litio, che funziona autonomamente o in serie col motore a benzina o diesel. L’energia sprigionata nella frenata viene incanalata per ricaricare la batteria. Altre modalità di ricarica includono invece l’utilizzo di una frazione dell’energia sviluppata dal motore endotermico o direttamente il collegamento ad una presa di corrente esterna. Esistono, infine, auto ibride in grado di sfruttare solamente la trazione elettrica o meno. In ogni caso possono essere a trazione integrale oppure anteriore o posteriore.

Le auto ibride basano la propria tecnologia su un motore elettrico che lavora affiancato ad uno termico. L’utilizzo dell’elettrico permette di recuperare l’energia cinetica che verrebbe sprecata nelle fasi di frenata e di decelerazione per poi riutilizzarla per supportare o per escludere completamente, in base al grado di ibridizzazione del powertrain, il propulsore termico.

auto ibride usate
auto ibride usate

Esistono tre differenti tipologie di powertrain ibridi in commercio: mild hybrid, full hybrid e plug-in hybrid.

  • Il mild-hybrid, che è anche quello più diffuso, ha un motore elettrico di piccole dimensioni, azionato nella maggior parte dei casi da una cinghia. Questo funziona da alternatore/starter, motogeneratore e fornisce supporto al propulsore termico nelle fasi di accelerazione. Durante le fasi di veleggiamento e frenata, il motore ad alimentazione tradizionale fa girare il motogeneratore, ricaricando così il pacco batteria di piccole dimensioni. Cosa importante, questo sistema non è in grado di muovere l’auto solo grazie al motore elettrico.
  • Il secondo, il full-hybrid, permette di sfruttare in maniera combinata il motore termico e l’unità elettrica, aumentando così l’efficienza del propulsore. Rispetto al mild hybrid il sistema full hybrid permette di muoversi in modalità 100% elettrica ma per pochissimi chilometri.
  • Il plug-in, invece, vede la presenza di batterie con capacità maggiore rispetto ai modelli indicati in precedenza e consente di percorre diversi chilometri in modalità elettrica, anche più di 50 km. Questo sistema si distingue inoltre per la possibilità di ricaricare alla spina il pacco batteria oltre alla classica rigenerazione dell’energia cinetica in frenata.

Di seguito una grafica riassuntiva:

ibride funzionamento
ibride funzionamento

 

La auto mild hybrid si trovano sul gradino più basso dell’elettrificazione. L’ibrido “leggero” ha infatti batterie di piccole dimensioni e una propulsione elettrica dalla potenza ridotta e utilizzata solo in alcune fasi, sempre e solo in supporto del motore endotermico. Ad ogni modo, in città riescono a ridurre i consumi di circa il 10% rispetto ai rispettivi modelli a benzina o diesel.

Le full hybrid sono in grado di combinare il lavoro del motore termico con  quello elettrico per aumentare al massimo l’efficienza del powertrain. L’autonomia e le prestazioni sono limitate dalla potenza della batteria, caricata esclusivamente con il recupero di energia in rilascio, quindi grazie al lavoro del motore termico e alla rigenerazione dell’energia in frenata. Mantenendosi a velocità ridotte permettono di percorrere una manciata di chilometri in elettrico, contribuendo a contenere i consumi.

Le auto ibride plug-in rappresentano la via di mezzo fra un’auto endotermica e una elettrica. Sono dotate di due o più motori, funzionano come le Full Hybrid ma hanno la possibilità di viaggiare anche in modalità elettrica per molti più chilometri. Le moderne Mercedes plug-in (come la Classe C) hanno ormai raggiunto i 90 km di autonomia in elettrico. Riescono a recuperare energia in frenata ma per portare al 100% la ricarica occorre collegarle ad una fonte di corrente esterna come una colonnina.

Attenzione però, le plug-in sono molto più pesanti rispetto alle varianti endotermiche da cui derivano. Di conseguenza, se le si usa senza mai caricare la batteria si finirà col consumare molto più carburante rispetto al medesimo modello alimentato da un motore a benzina tradizionale

 

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Il maggior vantaggio della tecnologia ibrida è dato dal poter contare su consumi decisamente più contenuti rispetto ad analoghi modelli dotati del solo motore termico. Ovviamente ci sono grandi differenze a seconda del tipo di tecnologia utilizzata, ma in linea generale un modello mild-hybrid garantisce un risparmio di carburante tra l’8 ed il 25%, mentre un full hybrid tra il 20 ed il 45%. Ancora più parche nei consumi le plug-in hybrid grazie alla possibilità di poter percorrere in media fino a 50 Km in modalità 100% elettrica.

Anche in questo caso, per poter rispondere correttamente, bisogna valutare il tipo di tecnologia adottata sulla vettura. Per le auto con motorizzazioni mild e full hybrid la ricarica avviene in tutte le fasi di  decelerazione e frenata evitando così qualsiasi intervento esterno, mentre per le plug-in sarà necessario collegare la vettura ad una presa di corrente come se si trattasse di una elettrica pura.

Fino all’anno scorso era possibile ricevere in caso di rottamazione un bonus pari a ben 10.000 euro per l’acquisto di una vettura ad emissioni zero.

Gli incentivi statali programmati per il 2022, invece, sono ancora in fase di definizione, mentre quelli regionali variano a seconda delle amministrazioni. In vista della transizione verde del settore automotive, il governo ha istituito un fondo finanziato con un miliardo all’anno per il 2022 e per ciascuno degli anni dal 2023 al 2030. Il sistema di incentivi seguirà una classificazione dei livelli di emissione di CO2, e la parte più consistente degli investimenti sarà dedicata alle auto da 0 a 60 g/km di CO2. In questa prima categoria troviamo  alcune ibride plug-in. Per esempio, Rav4 Plug-in emette 22 g/km Co2. L’altra fascia comprende veicoli che emettono da 61 fino a 135 g/Km di Co2. Troviamo in questa alcune auto definite full o mild hybrid, come la Yaris Cross (da 122 g/km Co2) di Toyota.

Nel senso più largo del termine, gli incentivi sono anche rappresentati dal permesso accordato da alcune regioni e/o città di non pagare la sosta sulle strisce blu e gli accessi alle ZTL. Infine, in alcune aree in Italia, il bollo non si paga prima dei 5 anni dall’acquisto e in generale la manutenzione presenta costi minori, per esempio sui freni.

La curiosità verso le auto ibride ha spinto numerosi automobilisti ad effettuare ricerche approfondite su automobile.it. Scopriamo la classifica delle 5 vetture ibride più ricercate.

1 – Fiat 500: la citycar della Casa italiana è stata aggiornata nelle motorizzazioni ed offre adesso un propulsore da 1.0 litri e 70 CV che si dimostra decisamente parco nei consumi. Lo stile rimane indiscutibilmente retrò sia negli esterni, che negli interni dove, però, un tocco di modernità è offerto dall’ampio monitor dedicato al sistema di infotainment Uconnect. I prezzi partono da 16.250 euro per l’allestimento Cult.

2 – Lancia Ypsilon: anche per la citycar chic della Casa torinese è arrivato il momento di abbracciare la tecnologia ibrida. Sotto il cofano trova spazio un motore mild-hybrid da 70 CV che, abbinato al sistema Start&Stop, promette consumi davvero contenuti. Piccoli ritocchi estetici degli esterni sono arrivati grazie ad un recente restyling che ha interessato soprattutto l’anteriore, mentre gli interni godono finalmente del sistema di infotainment Uconnect. Si parte da 13.450 euro per l’allestimento Silver.

3- Mazda 3: berlina dallo stile affascinante e fluido la Mazda 3 è anche una ottima alternativa ibrida alle regine del segmento grazie al motore Skyactiv da 2.0 litri dotato di tecnologia mild hybrid ed in grado di erogare 122, 150 o 186 CV di potenza. I prezzi per l’affascinante vettura giapponese nell’allestimento Evolve partono da 24.100 euro.

4 – Peugeot 508: la berlina francese ha colpito nel segno grazie ad un design estremamente efficace in grado di far voltare le teste anche ad anni di distanza. Gli interni non sono da meno ed ospitano in un comfort assoluto 5 passeggeri, mentre sotto il cofano la tecnologia plug-in hybrid trova il massimo punto di espressione nella versione Sport Enginereed da ben 360 CV. I prezzi per l’allestimento Allure e motore da 225 CV partono da 47.250 €.

5 – Volkswagen Golf: l’ultima generazione della vettura di riferimento del segmento C si conferma ancora una volta la regina del settore. Lo stile, forse, potrà dividere e non affascinare come in passato, ma basta aprire le portiere per essere catapultati in un abitacolo futurista e spazioso dove i tasti fisici sono praticamente banditi. Le motorizzazioni ibride contano sia su unità dotate di tecnologia mild che plug-in hybrid con potenze da 110 a 245 CV. I prezzi partono da 28.800 euro.

Cose da sapere

Come funzionano le auto ibride?

Un’auto ibrida sfrutta la combinazione di due differenti tipi di energia per generare il moto delle ruote: elettrica e chimica. Infatti queste vetture propongono powertrain dotati di un motore termico e di almeno un’unità elettrica.

Cosa vuol dire full hybrid?

Le full hybrid sono in grado di combinare il motore termico a quello elettrico per aumentare al massimo l’efficienza del powertrain. L’autonomia e le prestazioni sono limitate dalla potenza della batteria, caricata esclusivamente con il recupero di energia in rilascio.

Cosa significa mild hybrid?

La mild hybrid usano il motore elettrico solo in alcune fasi, come la messa in moto e la marcia a velocità molto bassa.

Cosa vuol dire ibrida plug-in?

Le auto ibride plug-in funzionano come le Full Hybrid ma hanno la possibilità di viaggiare anche in modalità elettrica per 50/70 km in base al tipo di modello e alla capcità della batteria utilizzata. Quest’ultima, inoltre, può essere ricaricata anche alla spina.

Quali erano gli incentivi previsti fino al 2021 per le auto ibride?

Le auto ibride godevano degli incentivi governativi purché avessero emissioni comprese tra 21 e 60 g/Km di CO2. In caso di rottamazione si aveva diritto ad un incentivo pari a 6.500 euro, mentre senza rottamazione lo sconto applicato sul prezzo di acquisto era pari a 3.500 euro.

Gomme estive: quando montarle?

Quando montare gli pneumatici estivi?

Il cambio delle gomme a seconda delle stagioni è regolato da leggi specifiche, che indicano le date esatte in cui passare dagli pneumatici invernali a quelli estivi. Quest’anno la sostituzione è fissata per il 15 aprile: a partire da questa data si avranno 30 giorni di tempo, e quindi fino al 15 maggio 2022, per montare le gomme estive. Al netto delle esenzioni, scaduto questo termine chi continuerà a viaggiare con pneumatici invernali sarà passibile di multe e sanzioni.

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INDICE
Quando montare le gomme estive?
Cambio gomme estive: obbligo ed esenzioni
Come riconoscerli?
Sigla pneumatici estivi
Come conservarli?

Come accennato, è la legge a fissare le date per la sostituzione degli pneumatici. In particolare, quest’anno la finestra temporale per poter effettuare il cambio da gomme invernali a quelle estive va dal 15 aprile al 15 maggio 2022.

Secondo le statistiche, circa il 50% dei conducenti che si spostano sul territorio italiano non effettua il cambio nei tempi prestabiliti e rischia multe salate. Chi non monta gli pneumatici stagionali per tempo può incorrere in una sanzione compresa fra 422 e 1.695 euro, a cui si aggiunge la possibilità di ritiro della carta di circolazione, con conseguente obbligo di prova e visita presso la motorizzazione di pertinenza.

L’obbligo di sostituzione dei pneumatici invernali con quelli estivi non ricade però su tutti i tipi di gomme. Infatti, gli pneumatici invernali (cioè quelli che riportano la marcatura M+S) che posseggono un codice di velocità uguale o superiore a quello indicato sulla carta di circolazione della vettura sulla quale sono montati, possono non essere sostituiti ed essere utilizzati per tutto l’arco dell’anno.

Per questo motivo, in realtà l’obbligo di sostituzione si applica solo ai pneumatici invernali che abbiano un codice di velocità inferiore rispetto a quello previsto sul libretto di circolazione del veicolo su cui sono montati. Per visionare qual è il codice di velocità previsto sul libretto di circolazione della propria auto, basta osservare l’ultima lettera indicata a seguito delle misure degli pneumatici ammessi sul mezzo (più la lettera è in fondo all’alfabeto, più è alto il codice di velocità).

Distinguere gli pneumatici estivi da quelli invernali non è complicato se si sa a cosa guardare. A fare la differenza tra i due tipi di pneumatici è, infatti, il disegno presente sul battistrada, ovvero la parte del pneumatico a contatto con il suolo. Le gomme invernali possiedono un battistrada profondamente scanalato e disseminato di lamelle su tutta la superficie, necessarie per consentire allo pneumatico di avere una maggiore “presa” su strada in condizioni di neve e ghiaccio.

Gli pneumatici estivi, al contrario, sono ottimizzati per affrontare il caldo stagionale e ridurre le difficoltà durante gli acquazzoni improvvisi. Per farlo non hanno bisogno di alcuna lamella: ad essere necessarie sono invece le scanalature longitudinali e trasversali, le prime ottime per raccogliere l’acqua e le seconde per espellerla. Inoltre, ai bordi sono presenti smussature tassellate, per migliorare la manovrabilità e diminuire gli effetti dell’aquaplaning.

Oltre al disegno del battistrada, si possono anche guardare le marcature specifiche presenti sullo pneumatico, che indicano le sue capacità. Ad esempio, la sigla M+S, che sta per fango e neve (Mud&Snow), sarà utilizzata per lo più su pneumatici quattro stagioni o invernali.

Cambio gomme estive 2018: date, costi e normative 1

Guardare alle marcature delle gomme può essere utile a distinguere tra invernali ed estive, ma non esiste un vero e proprio simbolo distintivo specifico. Di solito si individuano le gomme estive quando è assente la sigla Mud & Snow (M+S), ovvero quella che identifica uno pneumatico come idoneo a circolare su fango e neve.

Avere più set di gomme per la propria vettura da usare in stagioni diverse impone anche di disporre di un luogo idoneo per conservarle quando si dismettono. Forse non tutti lo sanno, ma le condizioni dell’ambiente in cui vengono tenute le gomme quando sono inutilizzate possono influire parecchio sulla loro durata, che può essere allungata mettendo in pratica alcuni accorgimenti.

Per prima cosa, è sempre bene portare la pressione degli pneumatici inutilizzati a 0,5 bar in più rispetto a quanto indicato. Il luogo di stoccaggio deve essere poi protetto dai raggi solari ed in generale dai raggi UV, oltre ad essere fresco, asciutto e privo di umidità. Ovviamente gli pneumatici devono anche essere tenuti lontani da oli o solventi per non accelerarne l’usura.

Inoltre, nel momento in cui si smontano le gomme dalla vettura, è meglio contrassegnarle con la posizione in cui si trovano (posteriore/anteriore, destra/sinistra): questo faciliterà il montaggio al momento del bisogno. Una volta rimossi, si può optare per conservare gli pneumatici con i loro cerchi oppure senza di essi. Nel primo caso è possibile impilarli uno sull’altro, mentre nel secondo le gomme senza cerchi devono essere appese separatamente o poste l’una affianco all’altra.

Infine, prima del montaggio delle gomme è sempre consigliato un controllo: la verifica della presenza di anomalie, difetti o tagli può evitare di avere brutte sorprese una volta rimontati gli pneumatici.

Manutenzione pneumatici: i controlli da effettuare

Consigli utili per la manutezione degli pneumatici

Gli pneumatici sono una componente fondamentale di qualsiasi veicolo e giocano un ruolo decisivo nell’ambito della sicurezza stradale: infatti, le gomme rappresentano l’unico punto di contatto tra un veicolo e il suolo. Preservarne l’efficienza è quindi essenziale e qui potete trovare un piccolo approfondimento su come mantenere in buono stato i vostri pneumatici.

INDICE
 Rotazione pneumatici
 Equilibratura gomme
 Convergenza auto fai da te
 Pressione gomme
 Cambiare pneumatici da soli

Qualsiasi pneumatico si usura in maniera diversa a seconda della posizione in cui viene montato sul veicolo: davanti, dietro, a destra o a sinistra. Un’operazione molto importante è dunque lo scambio periodico delle gomme tra gli assi, operazione che rende uniforme il loro consumo e di conseguenza ne garantisce una migliore efficacia, a tutto vantaggio della sicurezza.

Per assicurarsi i massimi benefici, la rotazione dovrebbe essere effettuata ad intervalli regolari: normalmente la rotazione avviene ogni 10.000/15.000 km, ma può essere anche più frequente nel caso in cui il veicolo sia sottoposto a carichi pesanti.

Infine, bisogna ricordare che gli pneumatici anteriori hanno la tendenza a consumarsi molto più velocemente. Qualora si proceda alla loro sostituzione senza cambiare le gomme posteriori, è consigliato montare il nuovo set al retrotreno, spostando le posteriori all’avantreno. Così facendo la vettura risulterà più stabile.

L’equilibratura degli pneumatici, che consiste nel bilanciare in modo uniforme i pesi della gomma evitando zone più pesanti di altre, è un’operazione volta ad evitare fenomeni di usura precoce. Rendendo omogenei gli pneumatici, l’equilibratura elimina possibili vibrazioni e fornisce un’adeguata protezione a sospensioni, cuscinetti e sistema di sterzo. Normalmente questo intervento di manutenzione degli pneumatici viene eseguito nel momento in cui si decide di andare a sostituire uno pneumatico, e vede l’impiego di particolari contrappesi di bilanciatura.

Quando uno pneumatico non è bilanciato e presenta un’area più pesante rispetto alle altre, si consuma in modo irregolare, precoce e sollecitando maggiormente l’avantreno. Anche in questo caso, l’operazione dovrebbe essere effettuata ogni 10.000 km; tuttavia, nel caso di una vettura sportiva, è preferibile ricorrervi già al raggiungimento dei 5.000 chilometri.

Per convergenza degli pneumatici si intende la regolazione meccanica delle ruote al fine di allinearle. Questa operazione viene svolta per uniformare l’usura degli pneumatici, migliorare la tenuta di strada e rendere la guida confortevole e stabilizzare la direzionalità rettilinea.

Ci sono vari occasioni in cui può verificarsi un mancato allineamento: potrebbe essere la conseguenza di un contatto delle gomme con un marciapiede o con una buca piuttosto profonda. Non sempre lo spostamento di pochi millimetri della regolazione della convergenza produce rumori, vibrazioni o provoca un comportamento anomalo del veicolo. Tuttavia, il battistrada è destinato a consumarsi più rapidamente e in modo disomogeneo, inficiando anche la tenuta di strada e quindi la sicurezza.

Per verificare il corretto allineamento è sufficiente scegliere un rettilineo pianeggiante poco trafficato, e lasciare per pochi secondi il volante. Se la vettura tende a spostarsi verso i lati della carreggiata, meglio optare per l’intervento di un gommista.

Tra gli interventi di manutenzione degli pneumatici non può essere sottovalutata l’importanza del controllo della pressione, che si può facilmente misurare con il sensore pressione. Infatti, se le gomme di un veicolo sono gonfiate correttamente si riduce il rischio di perdita di controllo. Inoltre, viaggiare con degli pneumatici a bassa pressione ha come conseguenza un maggior consumo di carburante.

Pressione pneumatici: ecco come controllare la pressione delle gomme

Per la massima sicurezza, bisognerebbe sottoporre gli pneumatici della propria auto a un controllo periodico della pressione almeno una volta ogni 30 giorni, e in generale prima di partire per lunghi viaggi. In più, per garantire una misurazione corretta, è opportuno procedere al controllo a pneumatici freddi.

Ogni modello di auto richiede una pressione delle gomme specifica, a cui è possibile risalire leggendo il capitolo dedicato sul manuale d’uso e manutenzione del veicolo. L’indicazione può anche essere trovata sull’etichetta della portiera o all’interno dello sportellino del carburante. Se scoprite che la pressione delle gomme è troppo bassa, potete procedere a gonfiarle da soli servendovi di un compressore volumetrico oppure farlo gratuitamente presso la maggior parte delle stazioni di servizio.

Anche se di solito la sostituzione dei pneumatici viene affidata al proprio gommista di fiducia, il cambio delle gomme è un’operazione che è possibile svolgere anche da soli se si hanno a disposizione gli strumenti adatti: bastano un cric idraulico e la giusta chiave per i bulloni.

In ogni caso,  se si opta per cambiarsi autonomamente gli pneumatici è sempre utile rivolgersi ad uno specialista per le operazioni di allineamento ed equilibratura. Questo onde evitare di sbagliare e trovarsi con una vettura dalla manovrabilità compromessa e delle gomme dall’usura anomala, a scapito della sicurezza.