Test Green NCAP: quanto sono davvero “pulite” le nostre auto?

Test Green NCAP: quanto sono davvero "pulite" le nostre auto? 1

Nuovo appuntamento con i test Green NCAP, l’associazione indipendente che effettua le prove sulle emissioni delle nuove auto, per verificare i dati reali in relazione a quelli forniti dai costruttori. I test avvengono sia in laboratorio, sia in strada e per il loro svolgimento vengono montati sulle vetture sofisticati apparati di analisi. Per la seconda tornata di test del 2023 sono stati esaminati i seguenti modelli: Renault Austral, Volkswagen T-Roc, Volvo XC40, Ford Fiesta, Nissan Ariya e la nuova Hyundai Staria.

Volkswagen T-Roc si è distinta come auto endotermica più “pulita” mai testata, come sottolineato da Green NCAP. L’unica ad aver ottenuto cinque stelle, su cinque, è Nissan Ariya, che ha brillato per quanto riguarda l’efficienza della ricarica. Vediamo i risultati delle sei vetture prese in esame.

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Ford Fiesta: 2,5 stelle/5

La Fiesta ST-Line Vignale, analizzata nella versione 1.0 mild hybrid a benzina da 125 CV con cambio automatico a 7 rapporti, risulta penalizzata soprattutto per le emissioni di particolato e ammoniaca, troppo alte in autostrada e con temperature fredde. La Fiesta è in grado di gestire meglio le emissioni di NOx, con consumi medi si attestano sui 6,2 l/100 km (7,6 l/100 km nello scenario più sfavorevole).

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Hyundai Staria: 1/5

Numeri poco convincenti per il 2.2 turbodiesel da 177 CV della Hyundai Staria. Le forme della vettura e le 2,4 tonnellate di peso incidono sia sui consumi (9,4l/100 km di media e 11 l/100 km in autostrada) che sulle emissioni. Il trattamento dei gas di scarico della Staria non basta per contenere le emissioni di NOx; ammoniaca e monossido di carbonio, invece, fanno registrare numeri migliori.

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Nissan Ariya: 5/5

Il crossover elettrico di Nissan Ariya, testato nella versione da 87 kWh e trazione anteriore, è l’unica auto delle sei prese in esame a ottenere 5 stelle. La vettura giapponese brilla sia per autonomia che per la ricarica. Nei test di percorrenza, Ariya ha ottenuto una media di 462 km (21,9 kWh/100 km) e, nello scenario peggiore con -7°C, è passato a un consumo di 31,2 kWh/100 km con un’autonomia stimata di 313 km. Green NCAP ha notato che il crossover Nissan immagazzina il 91,6% dell’energia quando è collegato a una colonnina da 11 kW: è il dato più alto registrato da un’auto elettrica.

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Renault Austral: 3/5

Il nuovo suv full hybrid di Renault Austral, con motore 1.2 da 200 CV, ottiene tre stelle per merito dell’efficienza delle componenti elettriche. Le emissioni di particolato risultano elevate, specialmente con i climi freddi, ma non impediscono ad Austral di mettersi in mostra per i consumi contenuti, con una media di 5,6 l/100 km e un’autonomia che supera i 1.000 km con un pieno. In autostrada e con temperature basse, i consumi di benzina aumentano fino a 7,5 l/100 km, ma restano più contenuti rispetto alla media dei modelli di questo segmento.

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Volkswagen T-Roc: 2,5/5

La Volkswagen T-Roc, testata nella versione 1.5 a benzina da 150 CV, ottiene il miglior valore di sempre per una vettura endotermica nell’indice Clean Air. Il brillante risultato è dovuto al filtro antiparticolato che contiene il più possibile le emissioni dei gas nocivi per la salute. Invece la mancanza di una componente elettrica non consente di contenere i consumi che si attestano su una media di 6,8 l/100 km e 7,7 l/100 km nello scenario peggiore.

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Volvo XC40: 2,5/5

Due stelle e mezzo per la Volvo XC40 2.0 mild hybrid a benzina da 177 CV. Volvo è penalizzata dalle alte emissioni di CO2 e di particolato; mentre quelle di N2O e CH4 hanno fatto registrare valori relativamente contenuti. La parte elettrificata aiuta a contenere i consumi, relativamente alla potenza e alle proporzioni della vettura, con una media di 7,1 l/100 km e un massimo di 8,6 l/100 km.

Mercato auto aprile 2023: la crescita continua

Fiat 500 elettrica: prezzo, dimensioni e caratteristiche

Va in archivio un altro mese con il segno più per il mercato automobilistico italiano. Ad aprile le auto nuove immatricolate sono state 125.805, numeri che sanciscono una crescita del 29,2% rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Bisogna, però, sottolineare che i dati vanno confrontati con i numeri disastrosi di aprile 2022, che fece registrare un crollo del 33% delle vendite, con sole 97.339 vetture immatricolate. A determinare questa cifra ridotta furono vari fattori: la crisi degli approvvigionamenti, l’attesa per i bonus statali e l’incertezza legata al conflitto in Ucraina.

Tutti i primi quattro mesi del 2023 hanno fatto registrare una netta crescita: il totale di auto nuove immatricolate da inizio anno ammonta a 552.850 unità, con un aumento del 26,9% rispetto all’anno precedente. Se confrontiamo i dati con il primo quadrimestre del 2019, ultimo anno prima di pandemia, crisi di materiali e guerra, il segno è negativo (-22,6%): quattro anni fa le vetture immatricolate furono 714.510.

Le auto a benzina guadagnano posizioni; frenano le elettriche

Non si registrano grosse variazioni per quanto riguarda le percentuali. Le vetture alimentate a benzina continuano a salire e raggiungono il 29,2% di quota di mercato (+2,2 punti percentuali). Le auto diesel confermano la frenata e scendono fino al 19,7% di quota (-1,4 p.p.); leggera risalita per le vetture a Gpl con l’8,3% (+0,7% p.p); mentre le auto a metano confermano il momento di crisi: sono solo lo 0,1% di quota. Continuano ad avanzare le ibride, che guadagnano il 34,8% delle preferenze degli automobilisti italiani (+0,3 p.p.): le full hybrid si portano all’8,3% e le mild hybrid al 26,5%. Infine, le auto elettriche scendono al 3,1% di quota ad aprile 2023 e le plug-in hybrid al 4,8%.

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Volkswagen T-Cross prezzo, dimensioni e caratteristiche 3
Volkswagen T-Cross

Le auto benzina più vendute ad aprile 2023

  • Volkswagen T-Cross (2.034)
  • Peugeot 2008 (1.856)
  • Volkswagen Polo (1.814)
  • MG ZS (1.760)
  • Volkswagen T-Roc (1.758)
  • Jeep Avenger (1.752)
  • Fiat 500 X (1.380)
  • Opel Corsa (1.247)
  • Hyundai i10 (1.204)
  • Audi A1 (1.010)

Peugeot 3008: prezzo, dimensioni e caratteristiche 16

Le auto diesel più vendute ad aprile 2023

  • Peugeot 3008 (2.399)
  • Audi Q3 (1.277)
  • Fiat 500X (1.250)
  • Volkswagen Tiguan (1.117)
  • Jeep Renegade (1.061)
  • Jeep Compass (888)
  • Peugeot 308 (822)
  • Volkswagen T-Roc (723)
  • Ford Kuga (703)
  • Dacia Duster (671)

Dacia Sandero: prezzo, dimensioni e prova su strada 13

Le auto Gpl più vendute ad aprile 2023

  • Dacia Sandero (2.520)
  • Dacia Duster (1.428)
  • DR 4.0 (1.046)
  • Renault Captur (947)
  • Renault Clio (832)
  • Dacia Jogger (579)
  • Fiat Panda (460)
  • Kia Sportage (282)
  • DR 5.0 (278)
  • Kia Stonic (261)

Volkswagen Polo: prezzo, dimensioni e caratteristiche 33

Le auto a metano più vendute ad aprile 2023

  • Volkswagen Polo (23)
  • Seat Arona (13)
  • Skoda Octavia (11)
  • Volkswagen Golf (10)
  • Lancia Ypsilon (9)
  • Volkswagen Up! (7)
  • Audi A3 (6)
  • Seat Leon (4)
  • Seat Ibiza (2)
  • Skoda Kamiq (2)

Fiat Panda: prezzi, dimensioni e caratteristiche 10

Le auto ibride più vendute ad aprile 2023

  • Fiat Panda (6.859)
  • Fiat 500 (3.587)
  • Lancia Ypsilon (3.475)
  • Ford Puma (2.624)
  • Toyota Yaris Cross (2.216)
  • Toyota Yaris (1.461)
  • Suzuki Ignis (1.173)
  • Kia Sportage (1.103)
  • Alfa Romeo Tonale (975)
  • Renault Austral (818)

Jeep Compass ibrida: prezzo, dimensioni e prova su strada 3

Le auto plug-in più vendute ad aprile 2023

  • Jeep Compass (878)
  • Lynk & Co 01 (795)
  • Ford Kuga (472)
  • Jeep Renegade (357)
  • Volvo XC40 (334)
  • BMW X1 (211)
  • Alfa Romeo Tonale (185)
  • Opel Grandland (172)
  • Volvo XC60 (169)
  • Cupra Formentor (142)

Tesla Model Y: la piccola Tesla che dovrebbe costare meno di 40 mila dollari 5

Le auto elettriche più vendute ad aprile 2023

  • Tesla Model Y (480)
  • Fiat 500 (372)
  • smart fortwo (365)
  • MG4 (228)
  • Tesla Model 3 (224)
  • Dacia Spring (148)
  • Renault Twingo (144)
  • Renault Megane (143)
  • Peugeot 208 (129)
  • Audi Q4 (129)

Polestar 4: prezzo, dimensioni e caratteristiche

Polestar 4: prezzo, dimensioni e caratteristiche 1

Sta per arrivare la nuova Polestar 4, Suv-coupé che va ad arricchire l’offerta del marchio svedese. L’elettrica sportiva, con un design innovativo che stacca dal resto dei modelli del costruttore, debutterà in Cina entro la fine dell’anno, per approdare nel Vecchio Continente nel corso del 2024. La vettura va a porsi all’apice della gamma Polestar per le sue prestazioni: il modello più potente sprigiona 544 CV, mentre l’autonomia della versione più efficiente dovrebbe toccare quota 600 km.

Ecco la scheda tecnica della Polestar 4:

 Scheda Tecnica
 Numero posti 5
 Bagagliaio
 Alimentazioni Elettrica
 Classe
 CV/kW (da) 272/200
 Prezzo (da)
INDICE
Dimensioni
Esterni
Interni
Motori
Consumi
Perché comprarla
Prezzi

La nuova Polestar 4 ha delle dimensioni importanti ma non eccessive, grazie anche al taglio coupé. Il passo da quasi 3 metri le regala un’ottima abitabilità interna, nonostante la lunghezza superi di poco i 4,8 metri. Larghezza (con specchietti) ed altezza, poi, misurano rispettivamente 214 e 154 cm.

Dimensioni
Lunghezza 4.839 mm
Larghezza 2.139 mm
Altezza 1.544 mm
Passo 2.999 mm

Il design della nuova Polestar 4 riprende sicuramente alcuni stilemi già introdotti con la 3, come l’evidente gusto per il minimalismo, per quanto ci siano delle evidenti innovazioni e degli elementi totalmente inediti. Partendo dal frontale, qui spiccano gli originali gruppi ottici Led sdoppiati Dual Blade, resi ancora più evidenti dalla totale assenza di mascherina.

La fiancata è abbastanza pulita, per quanto una nervatura in basso movimenti la figura dell’auto. Ma la vera rivoluzione la si trova sul retro: qui infatti spicca l’assenza del lunotto, che scompare in favore di una retrocamera che proietta le immagini da dietro il veicolo sul display interno. L’illuminazione interna è però garantita dal tetto in vetro, in opzione anche con funzione elettrocromatica (oscuramento via impulsi elettrici).

Anche gli interni della Polestar 4 sono il perfetto mix tra minimalismo e tecnologia, riprendendo uno stile che caratterizza diversi modelli elettrici odierni. Su una plancia pulitissima salta subito all’occhio lo schermo touch da 15,4″ per l’infotainment, accompagnato dal display da 10,2″ per il cruscotto digitale e dall’head-up display da 14,7″. Inoltre, è possibile dotare la vettura dell’impianto audio Harman Kardon con 12 altoparlanti.

La seconda fila di sedili gode poi di comfort spesso destinati solo ai passeggeri anteriori: un display centrale consente di controllare diverse funzioni dell’auto, come il climatizzatore, e le sedute sono reclinabili. A bordo, infine, troviamo anche una dotazione di ADAS all’avanguardia, che possono contare su un radar, 12 telecamere e 12 sensori ad ultrasuoni.

La Polestar 4 verrà lanciata con due motorizzazioni elettriche a listino. Si parte da quella con motore singolo posteriore da 279 CV e 343 Nm, alimentata da una batteria da 102 kWh. La stessa batteria alimenta anche la versione dual motor, che però raggiunge una potenza di 544 CV e 686 Nm di coppia. Il doppio motore consente a questa versione di scattare da 0 a 100 km/h in 3,8 secondi e di toccare quota 200 km/h.

Trattandosi di un veicolo esclusivamente elettrico, è più utile soffermarsi sull’autonomia che sui consumi. Come accennato, la stessa batteria da 102 kWh alimenta entrambe le versioni, guadagnando in autonomia quanto si perde in potenza. Per questo, il modello da 279 CV con motore singolo dovrebbe percorrere 600 km con una sola ricarica, dato che scende a 560 km per la versione bimotore da 544 CV.

  • Autonomia: il powertrain più efficiente promette di percorrere fino a 600 km con una sola ricarica.
  • Suv-coupé: il design della Polestar 4 le regala un’ottima abitabilità per quanto le misure siano contenute.
  • Tecnologia: la vettura è dotata di dispositivi all’avanguardia sia per quanto riguarda la sicurezza e l’assistenza alla guida, che sul lato infotainment.

Non si conoscono ancora i prezzi esatti della nuova Polestar 4, ma quando arriverà in Europa il prossimo anno il listino dovrebbe partire da circa 60.000 euro.

DR 7.0: prezzo, dimensioni e caratteristiche

DR 7.0: prezzo, dimensioni e caratteristiche 2

La DR 7.0 è il modello più grande del marchio molisano, capace di ospitare fino a 7 passeggeri. Il Suv combina delle buone doti tecniche con diversi equipaggiamenti tecnologici di ottima qualità, come il touchscreen da 12,3″. Il listino include attualmente due motorizzazioni: un benzina per chi cerca prestazioni più brillanti, un GPL per chi punta a risparmiare sui consumi.

Ecco la scheda tecnica della DR 7.0:

 Scheda Tecnica
 Numero posti 5
 Bagagliaio 500-1.500 litri (7 posti: 230-1.150 litri)
 Alimentazioni Benzina/GPL
 Classe Euro 6D / Euro 6D – ISC – FCM
 CV/kW (da) 153/113
 Prezzo (da) 32.900 €
INDICE
Dimensioni
Esterni
Interni
Motori
Consumi
Perché comprarla
Prezzi

La DR 7.0 ha le classiche dimensioni da Suv extra large: è lunga 4,7 metri e larga 186 cm, per un’altezza di 171 cm. Il passo da 2,7 metri regala un buono spazio a bordo, anche se l’abitabilità non è a livello di certe rivali considerando i 7 posti. Questo si nota anche nelle dimensioni del bagagliaio, che in configurazione 7 posti ha una capacità minima di soli 230 litri (500 litri in configurazione 5 posti).

Dimensioni
Lunghezza 4.700 mm
Larghezza 1.860 mm
Altezza 1.705 mm
Passo 2.710 mm

Gli esterni della DR 7.0 riprendono i classici stilemi che contraddistinguono la maggior parte dei Suv del costruttore. Sul frontale la scena è occupata da una grande mascherina con il logo DR in basso, mentre i gruppi ottici Led vengono disposti su più file ai lati della calandra. Un sottile skid plate nella parte bassa del paraurti strizza poi l’occhio al mondo dell’offroad.

La fiancata è contraddistinta da una alta linea di cintura, da passaruota muscolosi e da una cromatura che corre tra le ruote. La parte posteriore, infine, è attraversata da parte a parte dai gruppi ottici, che dividono il grande lunotto dall’importante paraurti posteriore. Proprio qui viene integrato il doppio scarico, per rendere la DR 7.0 ancora più cattiva.

Gli interni della DR 7.0 non sono lussuosi, ma trasmettono comunque una buona percezione di qualità. Sono di serie su tutta la gamma sia il display da 7″ per il cruscotto digitale, posto dietro al volante, sia il touchscreen da 12,3” al centro della plancia. Inclusi nel prezzo anche i sedili anteriori riscaldabili, per un viaggio più confortevole anche quando fa freddo.

Buona anche la dotazione di ADAS a bordo, che include dispositivi di assistenza come l’ESP e l’Hill Descent Control. Inoltre, grazie alla piattaforma T1X sviluppata da Chery su cui viene assemblata, la DR 7.0 è stata dotata di uno schema a 4 sospensioni indipendenti (MacPherson all’anteriore, Multilink al posteriore), per migliorare le doti off-road.

Il listino italiano di DR 7.0 include due motorizzazioni endogene. Si parte dal benzina, un 1,5 litri turbo da 160 CV e 210 Nm di coppia, che raggiunge i 190 km/h. Chi vuole risparmiare sui consumi, però, può optare anche sull’ibrido benzina-GPL che si basa sullo stesso motore, ma declinato in una versione da 153 CV. Entrambe le opzioni sono abbinate di serie al cambio automatico DCT a 6 rapporti.

Per quanto riguarda i consumi della DR 7.0 benzina, la versione da 160 CV promette percorrenze nell’ordine degli 8,0 litri ogni 100 km. Del modello ibrido GPL da 153 CV, invece, per il momento si conoscono soltanto i consumi del benzina, che in questo caso si attestano sui 9,9 litri ogni 100 km.

La DR 7.0 è disponibile in un solo allestimento, con un ottimo equipaggiamento di serie.

Sono inclusi nel prezzo: cerchi in lega da 19″, strumentazione digitale con display da 7″, touchscreen LCD da 12,3″ con Android Auto e Apple CarPlay, fari anteriori a Led con accensione luci intelligente, telecamere panoramiche a 360°, clima automatico bi-zona, tetto panoramico apribile elettricamente, sedili anteriori riscaldabili, bagagliaio apribile elettricamente da remoto, caricatore wireless, Keyless S&S, Hill Hold Control, Hill Descent Control, sistema controllo pressione pneumatici, 6 airbag, ESP, ABS, EBD, TCS, EPB e Autohold, freni anteriori a disco ventilati, freni posteriori a disco, sospensioni Mac Pherson indipendenti all’anteriore, sospensioni con sistema multilink con barra stabilizzatrice antirollio al posteriore.

  • 7 posti: la sintesi perfetta tra un design da Suv e lo spazio adatto a una famiglia numerosa.
  • Prezzi: il costo di DR 7.0 è abbastanza contenuto se confrontato con quello di altre vetture paragonabili.
  • Dotazioni: ottima la dotazione di serie, che può contare su alcuni equipaggiamenti premium come le telecamere a 360°.

Di seguito ecco il listino prezzi di DR 7.0, aggiornato a maggio 2023:

DR 7.0 benzina Prezzi
1.5 turbo AT6 DCT 160 CV 32.900 €
DR 7.0 GPL Prezzi
1.5 turbo AT6 DCT 153 CV 34.400 €

Fabbrica Ferrari: dove nascono i bolidi di Maranello

Fabbrica Ferrari: dove nascono i bolidi di Maranello

Maranello, provincia di Modena. Il luogo dice già tutto su un mito lungo quasi un secolo. È il 16 novembre del 1929 quando Enzo Ferrari fonda la Scuderia Ferrari, nata per rilevare il Reparto Corse dell’Alfa Romeo, all’epoca ai vertici mondiali delle competizioni motoristiche. La casa automobilistica vera e propria arriva il 12 marzo 1947, sempre per volontà di Enzo Ferrari. Tutti i modelli del cavallino rampante escono dallo stabilimento di Maranello, da sempre la casa e il centro nevralgico del mito italiano che ha conquistato e continua a conquistare tutti gli appassionati di motori.

Allacciamoci le cinture di sicurezza: inizia il viaggio nella fabbrica dei sogni, un posto magico dove la tradizione si fonde con la tecnologia e l’innovazione e dove lavorano 4.500 dipendenti che creano ogni anno circa 10.000 esemplari delle auto sportive più amate al mondo. Un viaggio iniziato nel 1947 con la S125, la prima auto prodotta, che continua con i modelli attuali.

Fabbrica Ferrari: dove nascono i bolidi di Maranello 1

Artigianato e tecnologia a braccetto nella “cittadella”

La casa della Ferrari viene chiamata la “cittadella”, perché assomiglia a una piccola città. La via principale, ovviamente, porta il nome di Enzo Ferrari; mentre le altre strade sono intitolate ai piloti che hanno vinto almeno una corsa con la rossa. A Michael Schumacher, vincitore di cinque titoli mondiali di Formula Uno alla guida della Ferrari, invece è dedicata una piazza. Tutto intorno troviamo gli edifici dove vengono prodotte le varie parti delle automobili, giardinetti e spazi verdi.

Per le rosse il tempo si è fermato: il fascino e il carisma sono gli stessi del passato, ma naturalmente i processi produttivi sono cambiati. Le vetture di oggi vengono costruite e montate con la stessa passione di un tempo, ma utilizzando tecnologie avanzatissime.

Come nascono i bolidi Ferrari

Le linee di montaggio sono tre in totale e ospitano l’assemblaggio di tutti i modelli del cavallino rampante. L’albero motore è l’unico componente che proviene da un fornitore esterno, oltre al telaio in alluminio, prodotto dalla Carrozzeria Scaglietti di Modena e verniciato a Maranello. Due robot, chiamati Romeo e Giulietta, hanno il compito di inserire le sedi delle valvole nelle testate. Tecnici specializzati, suddivisi in gruppi, seguono il montaggio dei vari motori, dal V6 turbo ibrido della 296 Gtb, al V8 ibrido della SF90 Stradale, a quello della F8 Tributo e al classico il 12 cilindri che ora trova posto anche sulla nuovissima Ferrari Purosangue.

Sono necessari cinque giorni per unire tutti i componenti che compongono un propulsore, ai quali vanno aggiunti altri tre giorni per l’assemblaggio dell’auto. I motori V8 vengono realizzati su isole robotizzate, le short block, e isole manuali, le long block. I V12, nel solco della tradizione artigiana, sono fatti totalmente a mano da un solo addetto che segue lo sviluppo del motore fino alla fine del percorso. La carrozzatura, in Ferrari, prende il nome di “matrimonio” e avviene in un altro edificio rispetto a quello che ospita la produzione dei motori. È la fase del processo produttivo in cui la vettura prende forma e il propulsore entra in contatto con la carrozzeria, grazie agli addetti che se ne prendono cura. Le postazioni dedicate a questo passaggio sono 50, ciascuna formata da due lavoratori: le auto si fermano 22 minuti in ogni singola postazione. Una volta ultimato l’assemblaggio, i bolidi vengono sottoposti al primo test lungo le strade di Maranello per controllare che non abbiano problemi.

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Esclusività che alimenta il mito

Ogni vettura, a livello estetico, può avere dettagli scelti dall’acquirente al momento dell’ordine, fino ad arrivare agli esemplari unici riservati ai clienti più facoltosi che non badano a spese. Restando in tema di esclusività, bisogna sottolineare che la Ferrari è l’unico costruttore automobilistico ad avere una fonderia nel proprio stabilimento: l’ha voluta Enzo Ferrari ed è sempre rimasta lì a continuare a produrre le parti metalliche dei motori.

Energia rinnovabile per abbassare le emissioni

Lo stabilimento di Maranello si ammoderna per ridurre le emissioni. Dopo l’accordo con Enel X, sarà installato un grande impianto fotovoltaico in grado di generare una potenza massima di 1.535 kWp, utili a coprire i consumi di varie aree del sito. L’impianto è composto da quattro sezioni, per un totale di 3.800 pannelli solari che avranno la capacità di autoprodurre 1.626.802 kWh l’anno. Nei prossimi 25 anni sarà possibile risparmiare oltre 18.500 tonnellate di CO2, circa 740 tonnellate ogni anno. Inoltre Enel X installerà anche il sistema off grid per la ricarica dei veicoli ibridi Ferrari. È un impianto fotovoltaico da 5,5 kWp, con pannelli bifacciali e una battery storage da 20 kWh, che farà crescere del 200% la potenza degli impianti fotovoltaici di Maranello: un passo importante verso lo sviluppo di una filiera produttiva sempre più sostenibile.

Fabbrica Fiat: dove nascono i modelli del costruttore italiano

Fabbrica Fiat: dove nascono i modelli del costruttore italiano 1

L’impianto di Pomigliano d’Arco, vicino a Napoli, oggi produce la Fiat Panda, vera e propria best seller del gruppo Stellantis. La terza generazione dell’automobile più venduta in Italia lo scorso anno esce dalla fabbrica campana, storica roccaforte Alfa Romeo che, recentemente, è tornata a sfornare anche un modello del Biscione, Tonale. Nella sua lunga storia, il sito partenopeo ha vissuto una costante evoluzione, fino a diventare uno dei gioielli prima di Fca e ora di Stellantis, grazie all’assegnazione di vari modelli di grande importanza.

La nascita dello stabilimento di auto risale alla fine degli anni ’60, anche se l’attività industriale a Pomigliano è datata 1938, come centro aeronautico d’eccellenza voluto dall’I.R.I. (Istituto per la Ricostruzione Industriale). Il sito viene bombardato durante il secondo conflitto mondiale e ricostruito poco dopo: nel corso degli anni inizia l’assemblaggio di veicoli commerciali e, tra il 1962 e il 1964, della prima vettura: la Renault 4, prodotta su licenza da Alfa Romeo con entrambi i loghi sulla calandra.

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Il cambio di passo nei primi anni ’70

Sul finire degli anni ’60 l’aeroporto chiude e si interrompe anche la produzione aeronautica: a questo punto Alfa Romeo decide di convertire il sito campano in una vera fabbrica di auto, con il nome Alfasud di Pomigliano. La struttura viene ammodernata e la vettura, chiamata anch’essa Alfasud, inizia a essere prodotta nel 1972. Le difficoltà non mancano, con vari problemi di gestione della forza lavoro, ma la fabbrica riesce a reggere l’urto e l’Alfasud viene prodotta in quasi 900.000 unità, seguita dalle eredi come la 33, la 145, la 146 e la 147. Nel corso degli anni si sono aggiunte anche le vetture medie, come la 155 e la 156, la GT, la 159 e contemporaneamente, dopo l’ingresso di Alfa Romeo nel gruppo Fiat nel 1986, modelli come Autobianchi Y10, la seconda generazione di Lancia Delta e la prima Fiat Tipo. Nel 2008, con la trasformazione di Fiat in Fiat Group, la fabbrica cambia nome e diventa “Stabilimento Giambattista Vico”, in onore dello storico filosofo napoletano.

Con Fiat Panda inizia una nuova era

La produzione delle Alfa Romeo a Pomigliano termina fra il 2010 e il 2011, a seguito della riduzione della gamma, e lascia il posto alla Fiat Panda di terza generazione. In circa dieci anni sono state assemblate oltre 1,4 milioni di unità, cifra che permette alla fabbrica campana di tagliare il traguardo di 5 milioni di vetture prodotte dai tempi della prima Alfasud.

Il sito è stato sottoposto a un profondo ammodernamento per accogliere Panda, la star del gruppo Stellantis. I cambiamenti, tre anni dopo, hanno fruttato la medaglia d’oro del World Class Manufacturing per l’efficienza e l’organizzazione dei processi produttivi. Sulle linee produttive, in realtà, era già possibile ospitare più modelli di piattaforme differenti, anche se questa potenzialità è stata sfruttata solo ora con l’arrivo dell’Alfa Romeo Tonale.

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Più efficienza con le ultime novità

Per l’arrivo di Tonale, il Suv compatto ibrido che segna il ritorno di Alfa Romeo a Pomigliano, sono stati necessari alcuni adeguamenti: al fianco della prima piattaforma ibrida, sono state introdotte anche nuove procedure per l’ottimizzazione dei consumi di energia e la riduzione dei rifiuti da smaltire, soprattutto nei reparti di lastroferratura e verniciatura.

Fabbrica Alfa Romeo: dove nascono i modelli del Biscione

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Lo stabilimento di Piedimonte San Germano, vicino a Cassino in provincia di Frosinone, è la casa di Alfa Romeo Giulia e Stelvio. L’impianto è di proprietà di Stellantis e ospita anche la produzione di Maserati Grecale e, prossimamente, sfornerà i modelli costruiti sulla più grande delle piattaforme elettriche di nuova generazione. Il sito occupa una superficie di oltre 2.000.000 di metri quadrati, di cui 400.000 coperti da edifici, e dà lavoro a 2.600 dipendenti. Nasce come stabilimento Fiat e le sue origini risalgono al 1972, quando l’azienda torinese decide di aprirne uno non molto lontano da quello di Pomigliano d’Arco dove Alfa Romeo, che ancora non fa parte del gruppo Fiat, produce l’Alfasud.

Fabbrica Alfa Romeo: dove nascono i modelli del Biscione

L’impianto di Cassino viene costruito con lo scopo di iniziare la produzione su larga scala della Fiat 126, che ha il compito di prendere il posto della mitica 500. La 126 resta l’unica utilitaria prodotta nello stabilimento laziale: dopo solo due anni vengono installate le linee di assemblaggio della 131. Dal 1978 viene ultimata qua anche la rivoluzionaria Ritmo, che porta in dote l’introduzione del primo sistema di produzione robotizzato, inaugurato a Cassino e nell’impianto di Rivalta, nel Torinese, con i robot della Comau. Dieci anni più tardi il sito subisce un altro grande rinnovamento per ospitare la Tipo: la produzione arriva alle mille unità al giorno. Successivamente arrivano Bravo e Brava, Stilo e una nuova Bravo, tutte discendenti della Ritmo. Oltre a questi modelli, l’impianto laziale ospita anche Tempra, Marea e la Croma del 2005 sviluppata su base GM. L’inizio dell’arrivo degli altri marchi risale al 2007, con l’avvio della produzione di modelli che condividono il pianale come la Bravo di quell’anno e la Lancia Delta; mentre l’Alfa Romeo Giulietta giunge poco più tardi.

La svolta tecnologica con l’arrivo di Giulia e Stelvio

Nel 2016 lo stabilimento di Cassino compie un salto di qualità, con l’assegnazione della produzione delle due Alfa Romeo, chiamate a dare nuovo smalto al segmento medio: la berlina Giulia e il Suv Stelvio. Le due vetture nascono da una piattaforma e da un progetto nuovi e permettono alla fabbrica di diventare la prima World Class Sustainable Plant del gruppo, con nuove tecnologie di produzione che si sommano alla riduzione dell’impatto ambientale. Accanto all’impianto di stampaggio di parti strutturali, che produce pezzi anche per le altre fabbriche europee, troviamo una nuova saldatura ad alta tecnologia che consente di unire leghe di diversa composizione. Inoltre arriva anche un nuovo impianto di verniciatura a basso consumo di energia e di acqua con stesura a secco del fondo e recupero della vernice in eccesso mediante l’aspirazione e non il lavaggio.

Fabbrica Alfa Romeo: dove nascono i modelli del Biscione 1

Vengono introdotte fonti di luce a basso consumo e di corrente ottenuta sia grazie a un impianto fotovoltaico installato nel parcheggio della fabbrica, sia da altre fonti rinnovabili certificate dai fornitori. Si concretizza anche la digitalizzazione dei processi produttivi, grazie all’introduzione di tablet e display lungo le linee per monitorare lo stato dei lavori. Con i partner di Samsung vengono sviluppati software da inserire negli smartphone e nei nuovi smartwatch autonomi collegati al sistema di gestione della produzione.

Arrivano le elettriche “large”

Alla fine dello scorso decennio, la produzione di Cassino accusa una flessione a seguito del taglio del personale, passato da 3.000 e 2.600 lavoratori. Nel 2022 l’impianto laziale si riprende grazie all’inizio dell’assemblaggio del Suv Maserati Grecale, sviluppato sulla piattaforma Giorgio, la stessa di Alfa Romeo Giulia e Stelvio.

Stellantis annuncia, all’inizio di quest’anno, che con il nuovo piano industriale Cassino sarà dal 2025 uno degli impianti che produrranno modelli sulla piattaforma STLA Large, oltre a quello canadese di Windsor, in Ontario. La STLA Large è una delle quattro piattaforme elettriche sulle quali verranno costruite tutte le prossime auto del gruppo. È la più grande delle tre progettate sul principio della monoscocca e monterà batterie con autonomia fino a 800 km.

Fabbrica Volkswagen: dove nascono i modelli del brand tedesco

Fabbrica Volkswagen: dove nascono i modelli del brand tedesco 1

Lo stabilimento di Emden, situato in Germania nella Bassa Sassonia, è la casa delle Volkswagen Passat wagon, Arteon e ID.4 e produrrà anche la ID.7, la vettura che prenderà il posto della Passat berlina. Il sito tedesco si estende su una superficie di 4.300.000 metri quadrati, nei quali lavorano oltre 8.000 dipendenti per una capacità produttiva di circa 200.000 veicoli l’anno. La fabbrica di Emden nasce nel 1964 per dare una mano a quella di Wolfsburg nella produzione del Maggiolino e sfruttare il porto commerciale della città per l’esportazione delle automobili. La produzione della vettura principale di Volkswagen, a cui si affiancano il Transporter di seconda generazione (T2) e la 1500 o Typ 3, va avanti fino al 1978, con l’ultimo Maggiolino del vecchio continente che lascia il posto alla Passat, la berlina media assemblata dall’anno prima.

La fabbrica della Bassa Sassonia assume il ruolo di punto di riferimento nella produzione della Passat alla quale, per un breve periodo, si affianca anche la cugina sudamericana, la Santana. Negli anni seguenti, oltre alla berlina e alla Variant, vengono prodotte anche la Passat CC, sportiva a quattro porte successivamente ribattezzata semplicemente “CC”, e l’erede, la Arteon, anche in versione station wagon denominata “Shooting Brake”.

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Il passaggio all’elettrico

L’impianto di Emden è il primo, per Volkswagen, tra quelli dedicati quasi esclusivamente a un solo modello. Fa parte della lista dei primi stabilimenti strategici destinati al rinnovamento e alla conversione dalla produzione di modelli con motori endotermici a quelli totalmente elettrici su piattaforma MEB, come annunciato nel 2019 dal brand con il piano di elettrificazione. L’elenco comprende, fra gli altri, anche i siti di Salzgitter e Dresda per veicoli completi, motori e altri componenti. Le novità all’interno dello stabilimento di Emden non riguardano solo l’evoluzione delle linee di assemblaggio: vengono sviluppati anche i programmi per incrementare la sostenibilità energetica, la digitalizzazione e la lotta ai rifiuti, grazie all’implemento dell’automazione, dei sistemi di trasporto intelligenti a guida autonoma e nuove postazioni di assemblaggio.

Fabbrica Volkswagen: dove nascono i modelli del brand tedesco

Il processo di rinnovamento arriva a compimento nella primavera del 2022, dopo tre anni, con l’inizio della produzione del secondo modello ID in ordine di lancio, il suv compatto ID.4, sommandosi alla fabbrica di Zwickau, dove questa vettura esce insieme alla ID.3. Intanto, la linea di produzione della Passat berlina si ferma definitivamente in attesa dell’erede designata, la prima berlina a tre volumi interamente elettrica della famiglia ID. In un primo momento questa nuova vettura riceve il nome Aero B dato alla concept e dopo viene battezzata ufficialmente ID.7: la produzione prenderà il via questa estate.

Fabbrica Volvo: dove nascono i modelli del brand scandinavo

Fabbrica Volvo: dove nascono i modelli del brand scandinavo 2

Lo stabilimento principale di Volvo per numero di auto prodotte, contrariamente a quanto si possa pensare, si trova fuori dalla Svezia. Sorge a Gent, in Belgio, ed è anche il primo sito costruito dal marchio scandinavo fuori dai confini nazionali. È stato la casa di generazioni di auto medie e compatte e attualmente sforna i primi modelli di serie elettrici con alti standard di sostenibilità. Il complesso belga, situato nelle Fiandre Orientali, ospita circa 5.500 dipendenti e ha una capacità produttiva di 260.000 unità l’anno.

A inizio anni ’60 Volvo è alla ricerca di un posto fuori dalla Svezia dove costruire una fabbrica in grado di favorire l’esportazione di automobili: la scelta cade sul Belgio, un tempo sede della Cee e oggi dell’Unione Europea. Anche la vicinanza con Anversa, uno dei principali porti commerciali del vecchio continente divenuto nel corso degli anni sempre più strategico anche per le auto, gioca un ruolo fondamentale nella decisione. Nel 1965 viene inaugurato lo stabilimento di Gent (Gand in francese e Ghent in fiammingo), formalmente di proprietà della filiale belga istituita appositamente, la Volvo Belgium N.V., controllata dalla casa madre.

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La casa di medie e compatte

L’attività dell’impianto prevede, fin dall’apertura, l’assemblaggio e la verniciatura delle scocche, grazie a un reparto di saldatura, e quella finale delle vetture. Non sono presenti la lastroferratura e la produzione dei gruppi meccanici, provenienti da altri stabilimenti. Le prime automobili prodotte sono la famosa Serie 120 o Amazon, a cui si sommano modelli di taglia media come 740/760 e 850, in affiancamento all’impianto svedese di Torslanda. Agli inizi del 2000, dopo la cessione della divisione auto a Ford, la fabbrica di Gent produce tutti i modelli compatti sviluppati sulla piattaforma della Ford Focus: la C30 e le nuove S40 e V50, che prendono il posto delle precedenti S/V40, prodotte a Born, in Olanda, sulla base sviluppata insieme a Mitsubishi, e le medie S60 e V70, che rappresentano la maggior parte dei modelli della gamma di quell’epoca.

Il record a livello di produttività arriva dieci anni più tardi, dopo il passaggio alla cinese Geely. Nel nel 2011 Gent festeggia i 5 milioni di auto sfornate dalla fondazione. Nel 2016 taglia il traguardo dei 6 milioni e l’anno successivo ottiene la cifra record di 265.000 unità annuali. Più di un terzo della produzione complessiva e globale di Volvo fino a questo momento è uscita dallo stabilimento belga.

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Capofila nella lotta al taglio delle emissioni

Volvo inizia con largo anticipo, rispetto alle altre case automobilistiche, la corsa alla neutralità nelle emissioni nell’impianto di Gent. Nel 2015, grazie alla collaborazione con la società belga Stora Enso e con il contributo del governo fiammingo, viene montata una conduttura per portare il teleriscaldamento in fabbrica e sfruttare l’acqua calda a 125 gradi anche per le cabine di verniciatura. Dal 2016 ai giorni nostri la nuova installazione ha ridotto il fabbisogno energetico del sito abbassandone del 40% le emissioni di CO2 e del 24% la media di quelle delle attività europee di Volvo e avvicinando l’obiettivo della neutralità da centrare entro il 2025.

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Due anni dopo, con XC40, prende il via la produzione di auto basate sulla piattaforma CMA predisposta per accogliere anche l’alimentazione elettrica. Il primo modello a batteria è, nel 2020, la XC40 Recharge a cui, da fine 2021, si affianca il modello derivato C40 Recharge, nato esclusivamente elettrico. Grazie a C40 Recharge, la casa svedese abbraccia una nuova strategia produttiva che fa leva su una maggior razionalizzazione della gamma e degli equipaggiamenti, al fine di aumentare l’efficienza anche della logistica e della produzione stessa nell’ottica di una miglior gestione delle risorse.

Fabbrica Citroen: dove nascono i modelli del Double Chevron

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Lo stabilimento Citroen di Vigo, nel nord-ovest della Spagna, è stato costruito nel 1958 per aggirare le limitazioni all’export di auto all’estero. Questo sito, insieme agli altri nati fuori dai confini nazionali, ricopre un’importanza strategica per i colossi dell’automotive che si sono costituiti in questi anni. La fabbrica situata in Galizia, al confine con il Portogallo, è uno dei tre impianti di proprietà Stellantis in Spagna, assieme a quelli di Madrid e Saragozza ed è impegnato nella produzione dei veicoli commerciali e multispazio compatti del gruppo, tra i primi a mettere a listino varianti a batteria. L’impianto occupa una superficie complessiva di 663.876 metri quadrati e dà lavoro a 6.500 dipendenti, per una capacità produttiva di 2.250 veicoli al giorno, 406.000 l’anno, con un potenziale massimo di 547.000 veicoli l’anno.

La nascita dopo la seconda guerra mondiale

Alla fine del secondo conflitto mondiale Citroen decide di puntare sul mercato spagnolo, in crescita economica e con l’obiettivo della motorizzazione di massa, come dimostra la nascita della prima grande azienda locale, la Seat, fondata nel 1950. Per aggirare le barriere doganali bisogna creare uno stabilimento in Spagna e produrre in loco: nella primavera del 1958 apre la Citroen Hispania in località Balaidos a Vigo, che inizialmente occupa vecchi magazzini nei quali lavorano un centinaio di addetti. La scelta della città galiziana è dovuta alla presenza della cosiddetta Zona Franca e di un porto commerciale molto attivo.

Fabbrica Citroen: dove nascono i modelli del Double Chevron

L’esordio con i veicoli commerciali

All’inizio le risorse a disposizione sono limitate e, di conseguenza, i tempi di lavorazione molto lenti. La produzione parte con veicoli commerciali, la furgonetta AZU su base Citroen 2CV: il primo lotto è di sole 25 unità, destinate al Marocco, e ci vuole un mese per ultimarlo, mentre la produzione annuale si ferma a 400 veicoli. In contemporanea prende il via la costruzione dello stabilimento vero e proprio, portato a termine grazie all’acquisto di una serie di terreni agricoli per una superficie complessiva di 400.000 metri quadrati, che verrà inaugurato nell’agosto del 1959. A fine anno inizia anche l’assemblaggio della 2CV e la produzione arriva a 1.700 unità; mentre l’anno successivo sale a 3.600 con 500 lavoratori impiegati.

La produzione dei primi anni si limita a 2CV, AZU e al furgoncino Type-H; poi l’area viene allargata fino al superamento di 600.000 metri quadrati, dei quali 70.000 coperti da edifici, più o meno la superficie attuale. Alla fine degli anni ’60 arriva una prima flessione, per colpa della diminuzione della domanda sul mercato nazionale e l’aumento della concorrenza. Citroen fa partire anche a Vigo la produzione di Mehari e Dyane e in un secondo momento della GS per allargare l’offerta. La decisione dà i propri frutti: la casa francese resiste anche alla successiva crisi petrolifera di inizio anni ’70 in parte grazie alla relativa economia, anche nei consumi, delle proprie vetture.

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L’entrata in PSA

Nel 1975 Vigo riprende il percorso di crescita con 6.000 addetti e 110.000 vetture costruite dal momento della fondazione e arriva Peugeot. Citroen viene acquistata dai connazionali ed entra nel nuovo Gruppo Psa, che sposta in Spagna anche l’assemblaggio di modelli con il marchio del Leone. Il primo, a partire dal 1977, è Peugeot 504, una delle vetture più vendute di sempre per la casa di Sochaux, a cui segue 505. La fabbrica viene aggiornata con vari macchinari, tra cui una moderna linea di saldatura flessibile robotizzata, e produce modelli di segmenti molto diversi e di successo come le Citroen AX, BX e Visa e, dal 1984, il furgoncino leggero C15 rimasto in produzione fino al 2005 per oltre 1.180.000 di unità in totale. A Vigo vengono curati anche progettazione e sviluppo, cosa che permette allo stabilimento di diventare centro di competenza per i commerciali leggeri.

Da metà anni ’90 inizia la produzione anche dei più moderni “gemelli” Partner e Berlingo, anche nelle varianti multispazio, che superano i due milioni di unità prodotte. Il ricorso a processi produttivi e logistici più moderni accresce la flessibilità dello stabilimento, in grado di sfornare modelli di varie taglie e segmenti in volumi rilevanti, tra cui la Citroen ZX, costruita in più di mezzo milione di unità in sei anni, e le successive Xsara e Xsara Picasso, che ha inaugurato la fortunata saga delle monovolume. Nel 2002 Vigo raggiunge quota 476.000 veicoli in un anno, che lo rende l’impianto Psa più prolifico al mondo; mentre nel 2007, con 547.000 unità, segna il proprio record annuale e centra il primato tra tutti i siti produttivi di Spagna. Nel 2009 celebra i 10 milioni di veicoli prodotti dal 1958, che diventano 11 milioni nel 2012 e 12 milioni nel 2015.

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La svolta elettrica

Tra il 2014 e il 2018 lo stabilimento di Vigo si ammoderna con una serie di cambiamenti, come la rivoluzione della logistica e l’implementazione delle tecnologie digitali. Le logiche di distribuzione dei componenti alle postazioni di assemblaggio e la sinergia con i fornitori vengono riviste per correggere le procedure meno efficienti e vengono realizzati due nuovi magazzini logistici. Nel 2018 Psa acquisisce anche Opel e decide di incrementare ancora la presenza sul mercato dei veicoli commerciali leggeri, scelta rafforzata dalla successiva entrata in Stellantis, che assegna all’impianto spagnolo la produzione di Berlingo e Berlingo Van, Peugeot Partner e Rifter, Opel Combo Life e Combo Cargo più il Proace City, quarto “gemello” a marchio Toyota.

Dall’autunno 2021, Vigo vede l’inizio della produzione delle varianti elettriche da poco lanciate sul mercato, che non sono le prime vetture a batteria nate in questo stabilimento. Risale al 2019 la produzione del Suv Peugeot 2008 che dal 2020 vede anche la variante 100% elettrica e-2008 che, pur nascendo da una piattaforma differente, usa lo stesso powertrain dei piccoli commerciali. A fine 2021 Stellantis annuncia la nascita di un progetto, sostenuto anche dalla regione galiziana, per un investimento complessivo di 22 milioni di euro, con l’obiettivo di accelerare la trasformazione di Vigo in fabbrica digitalizzata e “green”, consolidando il proprio ruolo nella strategia del gruppo.